giovedì 28 settembre 2017

Dal passato remoto al presente contemporaneo: la sfida dello scrittore.

Cosa rende un romanzo davvero speciale?
Cosa rende una storia realmente indimenticabile?

Le risposte potrebbero essere ovvie: i protagonisti, le loro vicissitudini, le sconfitte e i trionfi, gli amori e le delusioni. La crescita interiore.
Eppure, se ci pensiamo bene, esiste un altro elemento, uno di cui spesso non ci importa, non subito, almeno. Lo diamo quasi per scontato, fino a quando non cominciamo ad addentrarci nel racconto. A quel punto, anche a distanza di anni, nel nostro subconscio assoceremo al dato libro non un volto, non un episodio ben preciso, o un nome, ma un intero universo.
La mente, magicamente, ci riporterà in un’epoca diversa, vicina o lontana, e proveremo nostalgia per una città che forse non abbiamo mai visitato, o che nemmeno esiste. Perché leggere non significa soltanto venire a conoscenza di fantasiosi fatti, ma anche, e soprattutto, calarsi in un mondo diverso dal proprio.

Non mi riferisco alla mera ambientazione, ma a tutto ciò che la compone, dal periodo storico alle comparse che lo popolano.

Spogliato della sua tragica Parigi rivoluzionaria, I Miserabili di Hugo avrebbe posseduto la stessa carica emotiva?
Senza la sua Londra vittoriana, il famigerato Sherlock Holmes sarebbe divenuto egualmente iconico?
E che dire del celebre Stephen King, che con le sue opere ha dato vita a uno stato del Maine ricettacolo di orrori, percepito con inquietudine e fascinazione da milioni di lettori in tutto il globo!
Potrei continuare a lungo, ma non credo sia necessario.

Ora, la domanda seguente è: come può uno scrittore rendere credibile (o incredibile) un certo contesto narrativo? Come può, insomma, creare la perfetta illusione in cui far perdere i suoi lettori? E a quali sfide deve andare incontro durante il suo metaforico viaggio?

In questo caso la risposta è tutt’altro che semplice.


Partiamo da ciò che (in teoria) conosciamo meglio, ovvero la nostra contemporaneità.
Noi gente del XXI secolo siamo tipi strani, no? Consumiamo, molto più che in passato, e per ovvi motivi, serie tv, film, programmi audiovisivi e ogni genere di media. Con gli anni siamo arrivati ad elevare a status modello alcuni di essi (e non voglio affatto intendere la cosa in ottica negativa, non necessariamente), a imitarli perfino, ma la realtà, la quotidianità, non potrebbe essere più distante dalla realtà.
Quanti di noi, nella vita di ogni giorno, in quelle circostanze, si esprimono come gli attori che amiamo? Quanti di noi, andando a lavoro, o a scuola, si riconoscono nei pensieri, negli stati d’animo, o persino negli abiti che caratterizzano i nostri beniamini?
Molto pochi, azzarderei. Nondimeno, oggi, è quello che noi percepiamo come “autentico”.
Ci siamo assuefatti ai cliché e agli stereotipi e, paradossalmente, li cerchiamo sempre e ovunque.
Ecco quindi che, in stile “tarantiniano”, i dissacranti personaggi dei romanzi metropolitani ci vanno giù pesante con sarcasmo e imprecazioni, muovendosi tra famose megalopoli dorate e romantiche oppure ciniche e spietate. L’ordinarietà è ridotta a una flebile scala di grigi, e più grottesche ed esacerbate sono le situazioni, più ci paiono verosimili.
Non si tratta, quindi, di “ritrarre la verità”, di riportare gli eventi in scala 1:1, ma di giocare coi luoghi comuni, e di indovinare (sì, proprio indovinare) i gusti del pubblico senza annoiarlo.
Per citare Mark Twain, la verità è più strana della fantasia, perché la fantasia è costretta ad attenersi al probabile, mentre la verità no.

Un discorso estremamente simile potrebbe essere fatto per i romanzi storici, gotici o “d’appendice”.
Qui l’abilità non sta soltanto nel rispettare i desideri del pubblico, nell’appagare un certo tipo di immaginario, ma passa soprattutto per il linguaggio, quello che nei testi moderni si rifà (appunto) al Cinema.
La Bibbia dello scrittore, nei generi di cui sopra, smette di essere Hollywood, e si rivolge a un metro completamente diverso: i Classici (quelli con lettera maiuscola, già).
Personalità come Alexandre Dumas, Tolstoj, Dickens, Jane Austen, Stoker e tanti altri hanno plasmato per secoli la nostra percezione dei tempi andati, anche in questo caso (colpo di scena!) idealizzandola sfrenatamente.
Forse il termine “commerciale”, oggi usato il più delle volte in maniera dispregiativa, non esisteva nell’epoca di quei grand’uomini (e donne), o magari esisteva in un’ottica più positiva e progressista; fatto sta che le loro opere immortali incarnavano, e incarnano tutt’ora, il sopraffino equilibro tra “visione d’autore” e “ruffianeria”.
Non dimentichiamo che in quel periodo i “mattoni umanisti da 600 pagine” venivano pubblicati a puntate su riviste di ogni genere, ed era il pubblico, in maniera enormemente più incisiva di oggi, a decretarne il successo o il fallimento, settimana dopo settimana.
Ovviamente i tempi cambiamo, il pubblico anche, ma le idee restano: l’uso del “voi” nei discorsi diretti; la passione per il melodramma; il feticismo per gli aggettivi ricercati; il bon ton; le grandiose città europee infervorate dal patriottismo e i tormentati gentiluomini animati da spirito di sacrificio.
Sono questi (ma non solo) gli elementi, a mio avviso, essenziali per rendere al meglio il genere. Dogmi, se così vogliamo chiamarli, imprescindibili.
Perché?
Perché sono la quintessenza di una dimensione che non consoceremo mai direttamente, una realtà che per quanto misera e ingiusta fosse al di fuori delle ordinate pagine dei feuilleton, rimarrà sempre, per noi romantici, un’era di meravigliose epopee, tanto nel bene quanto nel male.    

Sì, lo so, alcuni di voi si aspettavano che avrei parlato del solito “faccio molte ricerche!” o “mesi e mesi di osservazione diretta sul campo!” e “leggere, leggere e ancora leggere!”. Che posso dire? A differenza di milioni di articoli simili do per scontate certe cose, tanto che mancherei di rispetto a me e a voi nell’elencarle ancora una volta (figurarsi costruirci sopra un intero articolo!).

Troppo spesso ci ritroviamo davanti a romanzi che ci sbattono in faccia alla prima pagina un “New York, Oggi” o un “Inghilterra, Mille-ottocento-quello-che-è”, senza conservare col prosieguo un minimo di identità. Per la serie “potrebbe essere anche ambientato sotto casa mia”.
Descrizioni inadeguate, linguaggio informale e moderno, credibile come uno arcaico e ricercato in un quartiere del Bronx, o le reazioni inverosimili dei personaggi davanti a un particolare contesto temporale.
Quello che cerco di spiegare, da scrittore, ma anche da lettore, è che l’ambientazione (termine fin troppo vago, me ne rendo conto) è un personaggio in piena regola. È un co-protagonista, il più importante, quello che alla lunga può fare la differenza. Non dovrebbe mai essere sottovalutato.
Dopotutto, altra abusatissima citazione, l’importante non è la destinazione, ma il viaggio, e in un buon romanzo il viaggio è come un teatro di posa: ogni atto dello spettacolo deve avere la sua caratteristica scenografia. Senza di essa ci sarebbero solo quattro idioti in costume davanti a uno sfondo di cartapesta.





sabato 23 settembre 2017

Fairfax & Coldwin: l'estratto del primo capitolo

Per celebrare il lancio di Fairfax & Coldwin, ecco a voi un succulento estratto dal primo capitolo.
Godetevi la lettura, e consigliatela ai fan delle atmosfere gotiche!

*******


La notte era in fiamme.
Affacciata dal parapetto del Westminster Bridge, Mina Sheridan osservava sgomenta Londra mentre bruciava.
Era il 24 febbraio 1809. 
Grida disperate e acuti trilli di campana venivano trasportati dal vento gelido, sovrastati dai battiti del cuore recalcitrante dell’atterrita spettatrice.
Gentiluomini e signore, monellacci di strada e mendicanti s’accalcavano indicando il caotico scenario all’orizzonte, alzando un vociare carico di orrore e curiosità.  
«Buon Dio.» disse qualcuno: «Ma è il Drury Lane! Guardate, è da lì che si alzano le fiamme!»
Per un attimo, uno soltanto, il respiro di Miss Sheridan le si mozzò in gola. Un velo di sudore le imperlò la fronte, proprio a contatto col feltro del cappellino. Rabbrividì, preda di un freddo che nemmeno il suo   abito di alta sartoria inglese avrebbe potuto prevenire.
Intanto le acque solitamente nere e dense del Tamigi continuavano a mandare accecanti bagliori a metà tra l’oro e l’arancio, come se su nel cielo stessero scoppiando sinuosi fuochi d’artificio.
Da quella prospettiva, non solo il teatro, ma tutta Covent Graden, l’intero West End pareva lambito dall’incendio, accerchiato da crepitanti lingue incandescenti il cui fulgore oscurava persino le stelle.
Era lo spettacolo più terribile che Mina avesse mai visto e, sui quarant’anni trascorsi, la vita non l’aveva certo lesinata in quanto a incubi e tragedie. Dunque tremava, rabbrividiva e pensava; la mente in subbuglio, gli occhi ipnotizzati da quell’affresco di morte, le idee che scavavano come un tarlo nel suo cervello.
Per alcuni brevi istanti, sorda al clamore della folla d’intorno, Miss Sheridan s’estraniò dal mondo. Si sforzò di prevedere la mossa successiva, ciò che sarebbe accaduto da lì a poco  . Nuovi scenari, numerosi, ma con un solo epilogo possibile: il suo. 
«Loro sono qui.» pronunciò a voce alta rianimandosi da quella sorta di torpore. 
Le fiamme alte e distanti, divampanti, sembrarono bruciarle negli occhi in maniera stranamente realistica.
I tremori cessarono. I brividi s’estinsero. Il terrore venne soverchiato dal più puro e primordiale istinto di autoconservazione.
«Madame, vi sentite ben…» quasi sbalzato all’aria dall’improvvisa irruenza della donna, il gentiluomo caracollò contro la folla assiepatasi, sinceramente stupito dalla villania dello spintone e ancor più irritato dalle scuse che non arrivarono mai.
Mina era fuggita senza voltarsi. La calca s’era richiusa alle sue spalle.

***

Correva, Miss Sheridan, correva nemmeno lo stesso demonio fosse sulle sue stracce.
Si lasciò il ponte alle spalle assieme alla luce calorifera dell’incendio, procedendo a perdifiato, gettando di tanto un tanto un’occhiata alla via già percorsa.
Abbandonate le strade più popolose e illuminate della City, in fermento pure a quell’ora tarda, s’insinuò in un dedalo di vicoletti spogli e lerci, bui e desolati, ove l’eco dei tacchi sul selciato si spandeva assordante.
Infine, quando il corsetto cominciò a dolerle seriamente, e i seni sottostanti a contrarsi non meno dei polmoni allo stremo, la donna s’abbandonò pesantemente con la schiena contro una parete, al centro esatto d’un fatiscente crocevia rischiarato appena dalla bianca luce lunare. 
Per un tempo che parve tediosamente vicino all’infinito, Mina si limitò a respirare avidamente. Avviluppata dal silenzio, persino quell’innocuo e semplice atto pareva produrre il più inopportuno dei baccani.
Ma ormai non aveva più importanza: se la stavano seguendo, e lo stavano facendo, lei lo sapeva per certo, avrebbero sentito il battito concitato del suo cuore prim’ancora di scorgerla.
Non v’era via di fuga né ritorno, se non nella sopravvivenza.
E quasi a conferma di tali fatalistici propositi, un bagliore accecò brevemente la donna assumendo forma.
Vomitato dalle ombre circostanti, un brutto ceffo in abiti laceri, orrendamente ghignante del suo peggior sorriso di denti guasti, armato d’un coltellaccio a serramanico, si fece avanti felicemente sorpreso.
«Guarda guarda cosa mi regala la fortuna.» ridacchiò in maniera viscida leccandosi il palmo della mano libera, passandoselo sui capelli luridi e incolti: «Buona sera, bella signora. Siete qui per portare conforto al povero Tom?» domandò indicando sé stesso, immergendo gli occhietti avidi da ratto nel decolleté ansimante, risalendo sino alle labbra carnose, lungo il volto maturo della donna che a scapito della stanchezza rimaneva ancora desiderabile. 
Dapprima titubante, l’espressione di Mina, contrariamente alla tutt’altro che auspicabile situazione, divenne annoiata, quasi seccata, accendendole in viso una sorta di raggelante determinazione.
«Vattene, povero bastardo!» disse in maniera grave: «Questa notte non è per te. Vattene se t’è cara quella miserabile cosa che chiami “vita”.»
Per tutta risposta, il ratto umano squittì divertito massaggiandosi il cavallo rigonfio dei calzoni, passando la lingua sulla lama del coltellaccio: «Questa è nuova! Di solito le gallinelle come te strepitano e piangono, almeno all’inizio.» scoppiò in un nuovo riso malevolo. 
Ignorante alla reale gravità degli eventi, e incurante dell’avvertimento, il “povero Tom” avanzò imperterrito sinché, a pochi passi dalla vittima, comprese sciaguratamente bene che i ruoli, in realtà, erano stati male assegnati. 
Un’ombra planò dai tetti sovrastanti, veloce come un’entità viva e altrettanto tangibile. Descrisse una traiettoria obliqua, assai precisa, e dove fino a un attimo prima c’era stata la giugulare del ceffo libidinoso, l’attimo dopo sorgevano tre profondi tagli trasversali, incisi in profondità nella carne morbida come da spessi rasoi. 
Sconcertato, ammutolito dal proprio sangue quanto dalla rapidità degli eventi, il miserabile cadde pesantemente al suolo spirando a occhi aperti, cinto da una dilagante pozza rossastra.
Alle sue spalle, una figura agghindata con farfallino, gilè e marsina inamidata, stava tesa cautamente in avanti succhiando il denso sangue colante dalle proprie dita affusolate.
«Miss Sheridan, che incomparabile piacere è quello di fare finalmente la vostra conoscenza.» s’alzò una voce dalle tenebre, una voce ben modulata, elegante, sebbene minata da una certa ampollosità. Ed era una terza voce, poiché il singolare gentiluomo dagli artigli macchiati di rosso stava ancora erto e silente.
Poi, quando un secondo farfallino fece capolino dall’oscurità rivelando un individuo agghindato esattamente come l’altro, nemmeno fossero reduci da una serata all’Opèra, Mina si schiacciò ancor più contro il muro.
«Mostratevi!» esclamò la donna: «Voglio vedervi in volto. Voglio sapere chi hanno mandato.»
Allorché, mossisi all’unisono, gli indesiderati salvatori si portarono in una porzione di vicolo ben illuminata, mostrandosi nella loro diabolica interezza.
«Siete soddisfatta, Miss Sheridan? In tutta onestà, per quanto possibile, cerchiamo sempre di esaudire l’ultimo desidero di un moribondo.» parlò l’uomo di prima, diametralmente opposto al compagno di spalle: «Non è vero, signor Coldwin?»
«Spero di no, signor Fairfax.» rispose stoicamente quelli con voce profonda, senza degnarlo d’uno sguardo.
L’espressione del signor Coldwin pareva profondamente distaccata, annoiata, talmente impassibile che nemmeno il ritmico ticchettio delle gocce di sangue che gli colavano dalle unghie riusciva a turbarlo. Era alto più di sei piedi, e il suo fisico dalle spalle ampie appariva muscoloso e imponente. Possedeva capelli biondissimi, occhi azzurri e iridescenti, e un volto rude, rasato, estremamente attraente, che richiamava alla mente un qualche genere di barbara razza nordica.
Il signor Fairfax, al contrario, di qualche anno più maturo, nonostante non potesse vantare una tale prestanza, né una medesima stazza, spiccava grazie a un volto astuto e sinistro. Esso, cinto da impeccabili favoriti corvini, curati secondo la moda del tempo, emanava un erroneo sentore di comprensione e bontà, in netto disaccordo cogli occhi: brillanti pari a monete di rame, gravidi di riflessi arcigni e sinceramente malvagi. 
Non che tale figuro apparisse sgradevole, tutt’altro! Possedeva tuttavia una beltà fuori del comune, quella rara eleganza, riserbatezza e contegno che il più delle volte la si poteva trovare unicamente racchiusa in una cornice di bronzo, impressa su di un qualche ritratto nobiliare.  
«Sapete, signor Coldwin, talvolta m’interrogo insistentemente sulla capacità di discernimento della mente umana. E voi?» domandò il signor Fairfax.
«No.» rispose seccamente quelli, ora fisso con lo sguardo sulla donna.
«Ad ogni modo…» continuò imperterrito: «se voi foste braccato da esseri tali a noi, cosa fareste?»
«Li ucciderei.»
«Oh avete ragione, signor Coldwin, ma io intendevo: “se foste umano” e veniste braccato da esseri come noi.»
Il signor Coldwin non rispose. 
Profondamente contrariato, il signor Fairfax sospirò: «Ciò che sto tentando di far comprendere al vostro inoperoso cervello, signor Coldwin, è che, nel dato caso da noi supposto, entrare in un vicolo buio, vuoto e al riparo da sguardi indiscreti, non sarebbe la più saggia delle decisioni. Non credete? E non affrettatevi a rispondere: è una domanda retorica.» agitò una mano camminando su e giù, scrutando Mina con espressione intrigata.
Guardati da quella posizione, i due uomini parevano proprio animali: un lupo e una faina, o un mastino e una volpe.
«A meno che…» suggerì a un tratto il signor Coldwin.
A quelle parole il signor Fairfax si fermò. Il suo sguardo iridescente, brillante pure nel buio come quello di un gufo, s’assottigliò predatorio. Piegò il capo a un palmo dal viso cereo della donna, inspirò a singhiozzo allargando le narici, scostandosi a seguito molto cautamente.
«A meno che… cosa, signor Coldwin?»
«A meno che la femmina non avesse il nostro stesso interesse a non attirare l’attenzione dei mortali.»
Folgorato dall’epifania, il signor Fairfax ruggì a pieni polmoni mandando un verso che di umano non possedeva alcunché, simile a quello di una belva incattivita: «Miss Sheridan, voi…»
Il restante gli morì in gola.

Serrata la mascella, acuiti i sensi e innalzata una silente lode alla regina Mab, madre e sorella di tutte loro, Mina stese le mani in avanti sprigionando dai palmi una potenza devastante e invisibile. Essa scagliò i due uomini lontano da lei, impattandoli duramente contro le pareti viscide di rugiada.
Approfittando della sorpresa, e per nulla rincuorata dal cristallino suono delle loro ossa fratturate, Miss Sheridan s’alzò la gonna a balze estraendo un pugnale dalla giarrettiera, avventandosi al petto del signor Fairfax.
Questi, intuita la mossa, bloccò il polso di lei a un palmo dall’affondo nel cuore: «Non avete la forza necessaria a ferirmi, Miss Sheridan.» ringhiò tra i canini allontanando il pugnale superbamente istoriato dalla sua preziosa persona, soltanto per vedersi nuovamente ostacolato dal braccio inamovibile della donna, inumanamente marmoreo.
«Arrogante dannato, la tua razza è così povera di meraviglie!» lo canzonò lei salmodiando parole raschianti prive di significato, arroventando la lama del pugnale, ora d’una cupa tonalità arancione. 
Due mani possenti dalle dita ossute sopraggiunsero strappando Mina alla sua preda, cingendola per la vita, sbalzandola in terra.
Ad una velocità prodigiosa, il signor Fairfax si sottrasse al  pericolo  . Al contrario, il signor Coldwin rimase a fronteggiare la donna infliggendole una fulminea artigliata, mandando in brandelli il grazioso copricapo con la veletta.
Scivolata prontamente sotto il colpo, Miss Sheridan stese nuovamente i palmi in direzione delle due creature pronte a calare su di lei come falchi in picchiata. Li colse all’addome, entrambi, ma stavolta con ardenti lingue di fuoco verdastro, sinuose pari a tentacoli.
La litania della donna crebbe d’intensità. Le parole echeggianti rinvigorirono le fiamme sovrastando i ruggiti d’ira e sofferenza dei due sicari intrappolati, consumati nelle carni.
E poi… Poi tutto cessò. All’improvviso.
Il signor Fairfax e il signor Coldwin caddero da considerevole altezza con un tonfo sordo, orrendamente sfigurati e ustionati.
Incredula, cogli occhi sbarrati e un crescente malessere interiore, Miss Sheridan abbandonò le braccia ai fianchi, chinò lo sguardo sul proprio ventre e lo vide: un dardo di balestra.
«Un maledetto… dardo di balestra…» rise per lo sconforto, rise portandosi una mano al tessuto già madido del corsetto, rise fissando la macchia rossa spandersi senza freno: «Wilhelmina Sheridan… uccisa da un… maledetto…»
Il sangue la soffocò. La stanchezza l’avvolse.
Cadde. Cadde e non si rialzò mai più.




martedì 19 settembre 2017

Fairfax & Coldwin: il ritorno del grande romanzo gotico!

“Consentitemi di essere esplicito sin dall’inizio: non credo che vi piacerò. I signori proveranno invidia e le signore disgusto. Non vi piacerò affatto! Non vi piacerò ora e vi piacerò ancor meno in seguito. Io sono pronto a tutto! In ogni momento! Che sia merito o demerito, questo ora è difficile da dire. Tuttavia, è certo che sono un libertino! […]”



Cominciava così l’accattivante monologo di John Wilmot, secondo conte di Rochester, per bocca dell’attore Johnny Depp, nel film The Libertine (2004). Una mossa squisitamente provocatoria dato che, paradossalmente, quelle parole sortivano esattamente l’effetto contrario, suscitando immediata simpatia verso un individuo ben poco piacevole, almeno superficialmente.

Fairfax e Coldwin, protagonisti dell’omonimo romanzo di cui vi parlerò oggi, possono dirsi partoriti dalla medesima idea di base.

Chi sono questi due distinti gentiluomini? Cosa vogliono? E fin dove sarebbero pronti a spingersi pur di ottenerlo?

Spericolati avventurieri, inseparabili soci d’affari, feroci assassini, rivali in amore e molto altro ancora. Ma non amici. Mai.

Fairfax e Coldwin rappresentano l’incarnazione dell’amoralità, di un libertinaggio assai più torbido dell’usuale declinazione sessuale riservata al termine.

Esseri astuti, subdoli e maligni, che si fanno forti delle debolezze altrui e che godono della loro condizione di superiorità. Si prendono sfrontatamente gioco della società civilizzata, dimostrando una prepotenza inaudita, mascherando il tutto con un affilato sorriso di falsa benevolenza. Il solo dio che servono è il riflesso di sé stessi; la sola religione che professano quella della violenza, e del sangue.

Ogni loro azione è votata all’interesse personale; ogni loro decisione maturata sulla base di un possibile vantaggio, immediato o futuro.

L’empatia è un concetto estraneo alle loro coscienze sopite, narcotizzate dall’oppio dei vizi e dalle più basse pulsioni dell’animo umano.

Pari a implacabili predatori notturni, si aggirano per un mondo di tenebra, spesso abitato da mostri addirittura peggiori di loro, dominato da tiranni, fanatici e voltagabbana.


Ci troviamo nei primi anni dell’Ottocento, e l’Europa è stretta nella morsa del conquistatore Bonaparte.

Gli ideali della Rivoluzione sembrano essersi smarriti, e persino l’Illuminismo, elevato ad aulico argomento di conversazione per borghesi annoiati, pare aver lasciato le sponde del Vecchio Continente per emigrare nel Nuovo Mondo.

È questo un secolo di grandi cambiamenti sociali e culturali, di belle promesse e avveniristiche invenzioni, eppur tuttavia, al suo inizio, non si presenta granché bene, o almeno così devono pensare i signori Fairfax e Coldwin. Del resto, all’ombra della Storia, essi hanno assistito a un ciclo di vita e morte senza precedenti, arrivando a far propria la dottrina della disillusione. Ma non c’è cinismo che tenga davanti alla prospettiva del rinnovamento, così, come tanti prima e dopo di loro, gli affettati gentiluomini scelgono di emigrare nelle Americhe, il Paese dalle mille opportunità.

Un proposito così innocuo, così innocente nella sua ingenua concezione che farete fatica a credere a quali e quante calamità esso porterà.

Dallo splendore delle corti aristocratiche britanniche alla decadenza della Repubblica francese: a metà strada tra I fratelli Corsi di Alexandre Dumas e Le Cronache dei Vampiri di Anne Rice, quella di Fairfax & Coldwin è un’epopea di odio, vendetta e crudeltà che non dimenticherete tanto facilmente!







lunedì 18 settembre 2017

Fairfax & Coldwin

"L’odio li aveva uniti, e l’odio continuava a tenerli uniti. Non era la necessità, non era la fiducia né la fedeltà, tantomeno l’amicizia. Ma puro, incontaminato e primordiale odio reciproco."

Primi anni dell’Ottocento. Le Guerre Napoleoniche stringono l’Europa in una morsa opprimente, generando miseria e povertà. Fairfax e Coldwin, feroci vampiri con indosso la pelle di insospettabili gentiluomini, imperversano per le strade di Londra commettendo atrocità di ogni sorta, impazienti di abbandonare il Vecchio Continente per cominciare una nuova non-vita nelle Americhe. Ma attraversare l’oceano costa caro, e il prezzo pattuito prevede il rapimento di una misteriosa bambina, celata nei recessi della Francia bonapartista.
Antichi rancori, tradimenti, duelli all’ultimo sangue e fughe rocambolesche: presto le due empie creature della notte si ritroveranno invischiate in una fitta rete di intrighi, intrappolate tra le spire del loro scomodo passato.

“Fairfax & Coldwin”, segna il ritorno di un XIX secolo più gotico che mai, cupo e grottesco, traboccante di subdoli personaggi e inquietanti rivelazioni.
Abbassate le luci. Mettetevi comodi. Il viaggio ha inizio.


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mercoledì 15 febbraio 2017

Il vampiro: feroce assassino o amante passionale?

Quest’oggi torno a parlare di vampiri ma, a differenza del solito, voglio farlo in maniera più provocatoria, mettendo da parte il buonismo, o la diplomazia, se preferite, dello scrittore chiamato ad accontentare un po’ tutti, a favore del sano “fanboysmo” da lettore di genere.
Probabilmente mi attirerò le ire di qualcuno, e altri addirittura si sentiranno attaccati personalmente, ma non m’importa, non stavolta. In questa occasione voglio stimolare la discussione, anche accesa (ma sempre rispettosa), tra le diverse scuole di pensiero, chiamiamole pure così, che fanno del vampiro una creatura tanto amata e odiata allo stesso tempo.


Cominciamo



Lo spunto da cui è nato questo articolo che vi apprestate a leggere è scaturito da un sondaggio lanciato qualche settimana fa sul mio profilo autore in quel di Facebook, e suonava pressappoco come il titolo in cima alla pagina.
Ho invitato i miei followers a dire la loro, possibilmente argomentando, in un clima di assoluta tranquillità, e i risultati mi hanno in parte sorpreso.
La risposta che va per la maggiore è: perché non entrambi?
A quanto pare il vampiro può essere sia un feroce assassino che un amante passionale.
Ma sarà davvero così?
Parliamone.

Tralasciando l’origine medioevale e folkloristica del “dannato” (interessantissima, ma fuori tema in questa sede), e superati quindi i Secoli Bui, è innegabile che alla figura del vampiro siano sempre stati attribuiti connotati spiccatamente sessuali.
Al vampiro non interessa più offrire la saggezza all’Uomo, corrompere la sua anima col sapere proibito o con la promessa della vita eterna; al contrario, mira a condurlo nell’oscurità grazie alla sola libertà, una libertà totale. E quale forma più pura di libertà esiste al mondo se non quella di poter appagare senza remore i propri istinti carnali?
Bisogna considerare, ovviamente, l’epoca in cui tale evoluzione, o interpretazione, avvenne: il XIX secolo, quell’Ottocento carico di contraddizioni, sociali e morali, in cui la scienza pareva sul punto di distruggere tutti i dogmi che la religione aveva imposto sino ad allora.
Arte e letteratura abbandonavano gradualmente i rigidi modelli classici, dando scandalo per temi e soggetti.
Ed è qui, nell’anno 1872, che nacque il “vampiro moderno”, un prototipo raffinato rispetto al capostipite di John William Polidori da cui tutti, in una maniera o nell’altra, avrebbero attinto per raccontare la loro personale visione del mostro gotico.
Carmilla, racconto partorito dalla penna dell’irlandese Joseph Sheridan Le Fanu, fu straordinariamente audace, immorale e finanche sconcio, e riuscì a indignare una larghissima parte di pubblico. Tra le sue pagine non solo dimorava una creatura dedita all’inganno e all’omicidio, ma tale abominio possedeva addirittura l’aspetto di una donna, una fanciulla dalle inclinazioni al limite del saffico.
Straordinario.
Ho voluto sottolinearlo perché non è affatto vero, dunque, che la piega erotica intrapresa dalle storie di genere è cominciata solo nell’ultimo decennio.
Da quando il vampiro è entrato nell’immaginario collettivo, fascino e sensualità lo hanno sempre accompagnato, procedendo di pari passo all’intrinseca malvagità del personaggio.
Poi qualcosa è cambiato. L’equilibrio si è spezzato.
Il mostro, l’antagonista, è diventato antieroe, e l’antieroe si è trasformato in eroe, fin quasi a ricoprire il ruolo di vittima (vittima di emozioni, di sensazioni, sensi di colpa, ecc).


Ora, la mia domanda è: dov’è finito l’equilibrio di cui parlano molti lettori di genere?

POLEMICA: MODE ON!

Perché molte risposte al sondaggio di cui sopra riportavano invece opinioni del tipo: Chi? I vampiri? Ah, io li odio! Coglioni montanti che pensano solo a scopare! Oppure: Checche isteriche che vanno dietro alle ragazzine e hanno paura di uccidere!
Sarà un problema della mia percezione, ma dove mi giro giro, a parte infinitesimali eccezioni, io vedo solo bestseller di tormentati vampiri (adolescenti o meno) alle prese con triangoli amorosi e sesso sfrenato.
Improvvisamente l’erotismo (o lo stucchevole romanticismo) ha smesso di essere un contorno, un tratto tra mille, ed è diventato l’unico e solo aspetto da tenere in considerazione.

Leggo di imponenti comunicati stampa su nuove uscite di genere, di grandi editori (stranieri e non) che definiscono il loro romanzo di punta come “horror degno di Stephen King” o “abbiamo tra noi l’erede di Anne Rice”, e alla fine non sono altro che puri romanzi rosa di bassa lega, in cui la trama è asservita alle sequenze di sesso esplicito, e al vampiro (spogliato di tutto ciò che lo rendeva tale) potrebbe essere sostituita una qualsiasi creatura di fantasia senza il minimo danno.
Questi titoli, simili tra loro in maniera stupefacente, vengono puntualmente acclamati da pubblico e critica, lo stesso pubblico che si dice stanco dei ragazzini dai denti a punta e la stessa critica che domanda a gran voce una boccata di aria fresca nel panorama moderno di genere.
Viva la coerenza, eh?

Da un decennio a questa parte siamo stati letteralmente invasi da uno sciame di “young adult” e “urban fantasy” che se fossero usciti negli anni Novanta sarebbero stati etichettati al massimo sotto “romance” ed “erotici”. E no, non sono a priori contro questi generi: sono contro la piega che i vampiri, da sempre creature gotiche nell’accezione più elevata del termine, hanno assunto a causa dei suddetti.

Siamo arrivati, forse ve ne rendete conto o forse no, a una situazione in cui scrivere o leggere di vampiri violenti e cattivi “fa strano forte!”.
È il paradosso definitivo, uno scenario in cui il lettore di genere affezionato, quello che ancora si ricorda dei dannati “pre-Twilight”, al solo sentire la parola “vampiro” storce il naso. Non ci crede neppure per un momento che sul mercato possa essere uscito qualcosa di diverso. È rassegnato, e disilluso, e niente può ormai fargli cambiare idea.
E mi ci metto anch’io nella categoria! Bando alle ipocrisie!

Per cui, senza peli sulla lingua, dico una volta e per tutte: che ci trovate di affascinante in un mostro che non si comporta da mostro? Come fate a sopportare il solo pensiero di un secolare essere omicida che se ne va in giro a bere il sangue degli animali perché rispettoso della vita umana? Come tollerate l’esacerbata fragilità emotiva di una creatura immortale che nella sua eternità può aver assistito a tutto e al contrario di tutto?
Cosa fareste voi se possedeste la libertà di un vampiro? Davvero ve ne andreste in giro a fare i boy scout? Davvero?!


Ho idea che i fan dei dannati siano rimasti una minoranza, una nicchia, oggi come in passato, i fan “veri” (mi perdonerete un’espressione così elitaria), quelli a cui importa davvero di questa figura leggendaria, quelli a cui interessano le sfumature morali piuttosto che le 50 di grigio.
E se pensate che stia generalizzando eccessivamente… forse avete ragione, ma diavolo, sono stanco di questo panorama! Ogni anno mi vengono a dire che cambierà, che le cose si stanno assestando, che la moda sta passando, si sta ridimensionando, ma non è vero. Non è affatto vero.

Ma ditemi di voi, ora.
Da che parte state?
Feroce assassino o amante passionale?
Siate onesti: quando leggete (o sentite) la parola “vampiro”, cosa vi viene in mente per prima?
Cosa pensate che venga in mente a tutti gli altri?
Almeno una di queste domande, converrete con me, suona amaramente retorica…