lunedì 13 aprile 2015

Il vampiro attraverso i secoli: dal mostro senz'anima all'adolescente ipersensibile.

Chi è il vampiro? E cosa rappresenta?
Non starò qui a soffermarmi sull’etimologia del termine, né sulle mille altre informazioni che potete trovare agevolmente su qualsiasi motore di ricerca. Io sono (probabilmente come voi) in primo luogo un fan, un lettore e in ultimo scrittore, quindi mi rapporterò alle domande di sopra tenendo conto degli specifici contesti.


Spesse volte abbiamo sentito dire che il vampiro è la creatura gotica per eccellenza, ma pochi sanno che il “gotico” non corrisponde unicamente al XIX secolo e alle sue idee Romantiche, ma anche al XII secolo, un periodo quindi di profondo “buio”.
Questo sta a significare che così come per tante altre creazioni di fantasia, anche la figura del vampiro (in questo caso parliamo dell’incarnazione occidentale/europea), del non-morto, ha nel tempo posseduto diverse interpretazioni e significati.
La più antica chiave di lettura, sorprendentemente, potrebbe essere definita anche la più complessa.
Il folklore del XVIII secolo (picco massimo per quanto riguarda le “testimonianze storiche” sul dannato) ci presenta infatti un vampiro che non è soltanto l’incarnazione del Male, ma l’incarnazione stessa dell’Umanità, o meglio, di precisi aspetti dell’Umanità.
Che si tratti di un uomo o una donna, di una creatura dalle fattezze ammalianti o mostruose, l’essere delle tenebre dotato di immortalità cerca la compagnia di alcuni umani prescelti. E non lo fa solo per il sangue, sua aberrante fonte di sostentamento, ma soprattutto per la conoscenza.
È il sapere il vero dono del vampiro, lo stesso sapere che spesso viene associato al potere vero e proprio. Il non-morto è quindi la personificazione dell’ambizione, di quel lato cinico e amorale proprio di ogni essere umano che cerca di migliorare sé stesso a scapito degli altri.
Su questi stessi principi, amplificati dalla sensibilità del tempo, si basa infatti il ritorno alla ribalta del vampiro nel pieno del XIX secolo. Perché se da un lato abbiamo il Frankenstein di Shelley, manifesto dello scontro tra uomo e scienza; dall’altro abbiamo il Dracula di Stoker, scontro tra ragione e religione.


Ci troviamo sul finire dell’Ottocento, secolo di profondi mutamenti sociali e ideologici.
La figura del vampiro assume le fattezze di un mostro elegante e disinvolto, un dandy, uno che dall’alto del suo ingegno può camminare liberamente tra le sue prede, addirittura vincerne la fiducia, o i sentimenti (chi si ricorda la Carmilla di Le Fanu?). Un immortale che si finge mortale, e che tenta, lusinga e ammalia con la sua visione del mondo fuori dagli schemi: un ribelle che dà fondo, nel bene e soprattutto nel male, ai vizi e alle perversioni più inconfessabili, facendosi beffe delle convenzioni e dei pudori di una società schiava dell’apparire.     
Risultato? Deve essere abbattuto. Riconfinato nelle tenebre. È quale migliore modo per mondare il creato da questo abominio se non grazie alle virtù umane! Non sorprenderà, credo, l’affiatato manipolo al seguito del provato gentiluomo Harker; così come non sorprenderà la fine indecorosa della civettuola Lucy, emblema di quella donna, sotto la superficie, tutt’altro che lusinghiero secondo la società del tempo.
Per più di ottant’anni, in ambito letterario, il vampiro sarà visto come l’indesiderato da estirpare, la facciata umana da celare. Le variazioni sul tema saranno minime e poco convinte.

La rivoluzione, perché di rivoluzione si può tranquillamente parlare, avviene nei primi anni ’70 del Novecento.
Con Intervista col vampiro, divenuto col tempo un vero romanzo di culto, si apre una nuova era per la figura del vampiro.
Scompare il cacciatore umano, l’eroe di turno.
Il mostro diventa protagonista. L’immortalità il vero nemico, il fardello.
Non si tratta più di condurre una lotta al Male, ma di riscoprire attraverso esso la vera bellezza di quell’umanità ormai sopita, narcotizzata dal mondo moderno.
I vampiri del Ventesimo Secolo amano e odiano, ridono e soffrono. Possono provare pietà e al contempo piacere nell’uccidere. Guardano all’Uomo con nostalgia, talvolta invidiandolo, talvolta deridendolo con sagace irriverenza.
In breve, il non-morto (almeno per quanto riguarda la sfera sensoriale) si dimostra più vivo dei vivi, dotato di un proprio codice di onore, di una propria umanità, senza dimenticare le proprie origini.
Occorreranno più di trent’anni affinchè si verifichi una nuova rivoluzione nel genere, una capace a rendere il vampiro (da sempre figura di nicchia nel panorama letterario) una vera e propria icona pop alla portata del più amplio pubblico possibile.
È il 2005 quando nelle librerie si comincia ad affacciare la saga di Twilight.

Il vampiro del Ventunesimo Secolo, giunto sotto le luci della ribalta grazie a un pubblico di neofiti, profondamente diverso da quello che lo aveva seguito nei secoli passati, è un adolescente.
Che sia immune alla luce solare o ai “dogmi” che avevano caratterizzato più o meno in maniera costante il non-morto fino ad allora, il liceale dai denti a punta si ritaglia di prepotenza uno spazio nella Storia del genere.
Ancor più che in passato, il romanticismo soverchia la componente horror, estirpando completamente la vena gotica. L’amore per un lui o una lei diventa il fulcro della narrazione, relegando in secondo piano qualsiasi tentativo di differenziazione.
Nasce la serializzazione sfrenata, seguita dal “fantasy-erotico” che ritrae le creature sovrannaturali, spesso vampiri, come perfette, inarrestabili e irresistibili macchine del sesso, personificazione del desiderio e dell’uomo/donna ideale (secondo alcuni).
Passando da un estremo all’altro, l’affascinante non morto è soverchiato da dubbi di natura morale. Spesso non beve sangue umano per soffocare la sua vera natura da predatore, e mette il bene degli innocenti al di sopra dei suoi interessi o ambizioni.
Ed è ovunque, il vampiro. Travalicando i confini della carta stampata (o digitale), in pochi anni s’impone su ogni media, dando vita a una saturazione del mercato senza precedenti, scatenando il malcontento e la diffidenza dei “vecchi fan”, e l’indifferenza o l’entusiasmo (a seconda del caso) dei nuovi.

Cosa ci aspetta per il futuro?
Volendo tirare le somme al termine di questa breve, e spero interessante, analisi, l’unica cosa che possiamo affermare con certezza (d’altronde è anche la più ovvia) è che la figura del vampiro ha seguito durante i secoli i passi dell’Umanità, evolvendo/involvendo (decidete secondo la vostra percezione) assieme al suo pensiero e alla sua cultura, specchio di periodi storici e mode.

A quale altra rivoluzione del genere stiamo adesso andando incontro senza accorgercene?

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