domenica 28 settembre 2014

Clemens von Hebelhost: il cacciatore di vampiri nell'età Romantica.

Quello che state per leggere è un piccolo ma sentito omaggio al genere gotico che molto amo.
Si tratta di un racconto brevissimo inizialmente ideato per dare risalto alla figura di Clemens von Hebelhost, protagonista del mio primo romanzo "Le Memorie Oscure".
Col tempo e l'esperienza questo scritto ha subito vari rimaneggiamenti, nuove stesure e cambi di prospettiva del tutto diversi rispetto al progetto originario.
Il risultato finale è qui pronto per voi, e non solo nello spazio virtuale del blog, ma anche tra le pagine del romanzo Il risveglio della Cacciatrice, perfettamente integrato e contestualizzato a quella che con gli anni è diventata la mitologia alla base della mia folle saga letteraria.

Quindi bando alle ciance, mettetevi comodi e preparatavi a un viaggio indietro nel tempo, nel cuore del XIX secolo.
E ricordate, questo è materiale riservato proveniente dai più reconditi e polverosi anfratti degli archivi dell'Ordine, e l'ha rubato per voi il vostro amichevole vampiro Nik di quartiere!      



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Dal diario personale di Sir Robert H. Woodwin.

Baviera, 21 dicembre 1864

Abbandonare queste terre maledette mi riempie di una strana euforia. 
Riderei se i brividi di terrore non mi percorressero le viscere; canzonerei la mia inopportuna pavidità se il ricordo di ciò che ho visto non tornasse a tormentarmi la mente.
Che Iddio mi sia testimone, non sono un codardo: non lo ero da ufficiale di Sua Maestà e non lo sono adesso, da cavaliere dell'Ordine. Eppure non posso fare a meno di sporgermi di tanto in tanto dalla porticina della carrozza, di guardarmi indietro, di stringere il pugnale celato sotto la redingote. 
Mi ripeto che la segretezza del mio incarico non è stata compromessa, che ho assolto al mio compito senza destare alcun sospetto, e che pari a un fantasma sono entrato e uscito da Monaco sfruttando ogni abilità in mio possesso.
Una parte di me vorrebbe credere a tali menzogne, ma è una parte debole, schiacciata dal peso di quell'ultimo sguardo, il suo, uno che non dimenticherò tanto presto.
  
Clemens von Hebelhost, “il Conte".
Rammento la prima volta che lo vidi in pubblico, al teatro dell’opera. Se ne stava nel suo palco privato, solo, ammirato con morbosa curiosità da decine e decine di occhi femminili.
Trovai la scena assai divertente, benché affatto sorprendente. Dopotutto egli era un uomo ricco, scapolo, di bell’aspetto e modi distinti.
La cosa che mi colpì di più furono i suoi capelli fulvi portati a una lunghezza superiore alla media dei tempi, trattenuti da un nastro di raso. Poi, per una frazione di secondo, incrociai il suo sguardo: grigio, distante, calcolatore.
Dove le signore vi avrebbero visto soltanto la fatua indolenza tipica del suo rango, tipica a onor del vero di qualsiasi aristocratico annoiato da tutti e tutto, io vidi di più: una maschera. Un versatile volto artificiale capace, suppongo dopo anni di esperienza, a dar di sé l’impressione che lo spettatore più desiderava. Una sorta di foglio bianco fatto di carne e ossa.
La mia ammirazione crebbe, e non di poco. In tutta onestà cominciai a chiedermi il perché della missione. Per quale motivo dovevo impiegare le mie risorse per sorvegliare segretamente un cavaliere? Egli era uno di noi, un confratello dalla rinomata lealtà. Stando ai rapporti che avevo letto, i suoi risultati in fatto di epurazioni possedevano del prodigioso. 
La cosa, sospetto, avrebbe dovuto mettermi in allarme da allora. Tuttavia ero già caduto vittima della curiosa influenza del suo magnetismo, e prima che me ne rendessi conto il mio piccolo binocolo d’argento puntava su di lui non meno di quello delle civette ridacchianti che avevo attorno.
Come potei essere così superficiale? Come potei anche solo pensare che una personalità pari a quella rappresentasse il meglio che il nostro Ordine aveva da offrire a Dio e all’Umanità?
Con crescente orrore e sgomento, notte dopo notte, pedinamento dopo pedinamento, riconobbi infine la vera natura di Hebelhost.
Implacabile, impietoso, addirittura crudele.
Avevo già veduto altri cacciatori solitari a Londra, e Roma: cavalieri prossimi alla nomina dell’Angelus, particolarmente esperti, muniti di un raro lascito ad agire in maniera indipendente, ad affrontare la minaccia dannata coi mezzi e i tempi a loro più congeniali.
Ma il conte… superava i suoi illustri “colleghi” tanto in efferatezza che in efficienza.
Mai in vita mia ho assistito a una tale furia omicida, a una tale ferocia e risolutezza.
Con questi miei occhi ho registrato la fine dei vampiri sul suo cammino, e in quelle non vi ho scorto alcuna traccia di volontà divina, ma solo di arida vendetta.
Ho quasi provato pietà per tali creature maledette, per la maniera brutale con cui l’elegante bastone animato di Hebelhost li faceva a pezzi.
È un macellaio, un arcangelo mietitore che si sente appagato soltanto dal sangue del nemico che gli ricopre il viso.
Come può un uomo di nobile nascita, un uomo istruito, educato, un rappresentante dell’alta società dimostrarsi nell’intimo, nel privato, un tale… demone?!
Io non lo so, tutt’ora lo ignoro, e a posteriori ringrazio l’Ordine di avermi impedito di venire a conoscenza delle tragedie che di certo questo cavaliere ha dovuto affrontare in gioventù.
Amore e morte: le uniche due entità che a questo mondo possono mutare il carattere di un uomo. Inutile dire che nella vita di Clemens von Hebelhost non ho trovato la pur minima traccia del primo.


È dunque guardando a un passato nemmeno troppo lontano che ho compreso che i miei timori verso quest’uomo sono divenuti reali e concreti a causa di un episodio in particolare. Non avrei dovuto udire quelle parole, probabilmente quella notte non avrei nemmeno dovuto essere lì, ma c’ero, e ho udito ogni cosa.
«Cane templare! Questa città… presto insorgerà contro di te! Per cui sbrigati… sbrigati a uccidermi nel nome del tuo piccolo dio…» lo aveva schernito un dannato, gravemente ferito al termine dello scontro, in attesa del colpo di grazia.
Con mia grande sorpresa, a differenza di qualsiasi altro cacciatore o comune membro dell’Ordine al suo posto, Hebelhost non si era dimostrato minimamente oltraggiato da quelle vili bestemmie. Al contrario, insolitamente calmo, si era limitato a fissare la sua preda dall’alto al basso, ad annuire lievemente a nessuno in particolare.
Non sapevo cosa pensare, cosa dedurre dall’inusuale comportamento.
Poi accadde.
«Dio… Al Diavolo Dio, mostro. Porta i miei ossequi a entrambi.»
Blasfemia? Eresia? Sinceramente non saprei come definire quel suo dire, soprattutto se associato a un templare scelto da Nostro Signore.
Da allora niente è più stato come prima.
I mie rapporti all’Ordine non sono serviti: non una risposta in più di quaranta giorni. Nel frattempo erano stati epurati più di dodici vampiri e una mezza dozzina di umani compiacenti, famigli, massacrati pari ai loro maestri.
Non ho parole per descrivere il macabro spettacolo, l’insensibilità del conte di fronte pure alla vita mortale. Certo, i traditori della nostra razza che si alleano col Maligno non meritano pietà, eppure, credo, bisognerebbe dimostrare un minimo di repulsione, un lampo di riserva nel commettere assassinio.
In Hebelhost non si è manifestato nulla di tutto ciò.
Temevo, e temo tutt’ora, che l’Ordine abbia sottovalutando la gravità della situazione, e che il conte sia un mastino inferocito, un giustiziere dalla perversa morale omicida che vede nella lotta ai dannati una mera valvola di sfogo personale, piuttosto che una sacra missione a cui adempiere.
Senza affezione alla causa, senza fede, chi può dire a cosa la rabbia malriposta di quest’uomo potrà condurre?
Le prime avvisaglie del pericolo si sono già manifestate. Non si tratta di essere profeti, ma di essere semplicemente assennati.
Scriverò in merito soltanto due parole: Palais Preysing.
Il resto, come si suol dire, volente o nolente, sarà presto storia.

È per questo che ho lasciato Monaco un mese prima del previsto, ed è per questo che adesso mi guardo le spalle, timoroso di ciò che potrei trovarci.
Sciocco dare per scontata la mia maestria camaleontica, e ancor più sciocco illudersi che per così tanto tempo quell’astuto conte si sia lasciato seguire nell’ombra senza sospettare alcunché.
Non posso fare a meno di pensare: e se fosse stata tutta una messa in scena? Se in realtà si fosse accorto di me già da quel primo giorno? Se mi avesse fatto sentire e vedere ciò che lui voleva che io sentissi e vedessi? Se mi avesse studiato mentre io studiavo lui?
Dicono che mettere su carta le proprie paure serva ad esorcizzarle. Con me non sta funzionando.
Spero solo di fare ritorno nel mio Paese sano e salvo, di poter raccontare con la mia propria voce i dubbi di questo inquieto viaggio.
Dispero all’idea che sparsi per il mondo possano esserci altri cinque, dieci Clemens von Hebelhost impiegati a combattere sotto lo stendardo templare, ma più di tutto dispero della verità.
Cosa accadrebbe a questi uomini se la verità, la mia verità, dovesse arrivare alle giuste orecchie: sarebbero considerati eroi o traditori dell’Ordine?
Non spetta a me decidere, e di questo posso solo ringraziare Iddio.