venerdì 28 novembre 2014

Il vampiro Nik: uno sguardo al dannato del Ventunesimo Secolo.

Chi è il vampiro Nik, e cosa rappresenta?
Quando l’ho ideato, quando l’ho creato, avevo in mente un’unica cosa: caos. E non quel caos inteso come prodotto del male, ma piuttosto come assoluta imprevedibilità, un pizzico di follia. In breve, anarchia.
Basta, per una volta, con il romanticismo, la malinconia e la tragedia. Basta con le riserve morali. Basta con il termine “maledetto” associato a una creatura della notte.
Fuori il vecchio e dentro il nuovo: talvolta i tempi lo richiedono.
Così, quasi senza accorgermene, racconto dopo racconto, epoca storica dopo epoca storica, una figura ha cominciato a ritagliarsi sempre più spazio tra le mie righe. Era lì, sullo sfondo, un paio di battute e via. Una semplice comparsa.
Il vampiro Nik prendeva forma, assumeva vita propria, un’identità unica, una che mai avrei immaginato di appoggiare e coltivare.
Come sicuramente saprete, sono un fautore del gotico, del classico in ambito sovrannaturale ai limiti del fanatismo. Eppure questo nuovo “bastardello dai denti a punta” ha saputo farsi ascoltare e coinvolgere, divenendo la famosa eccezione che conferma la regola.
Quindi, per rispondere alla seconda domanda, cosa rappresenta?
Nik è il presente, è l’oggi con tutte le sue contraddizioni, il riflesso distorto di un vampiro che ha attraversato la letteratura di genere nei secoli giungendo nel pieno del nostro Ventunesimo Secolo. È uno stronzo, un attaccabrighe, un pazzo omicida che maneggia armi da fuoco e a malapena sa usare i suoi doni oscuri. Si crede un pezzo grosso, un gangster, uno tosto, e in parte forse ha ragione, ma è soprattutto un egocentrico e irriverente figlio della notte che cita battutacce di film e spara a ripetizione massime da duro, da action hero americano. C’è solo un problema: ha l’aspetto di un diciassettenne, e per quanto carino, attraente, è difficile per gli altri suoi simili prenderlo sul serio.

Ecco dunque cosa rappresenta per me, e per le mie storie, Nik: un grottesco riflesso del vampiro moderno, o almeno di quello che oggigiorno spacciano come “vampiro”. Un ragazzino senza freni inibitori che si gode pienamente l’immortalità e tutti i benefici ad essa connessa, senza domandarsi se sia giusto o sbagliato, senza drammi né struggenti storie d’amore.
Nik è esattamente ciò che appare, sempre. Non indossa maschere.
Non so se fin dal principio la mia idea fosse nata come una sorta di satira all’evoluzione/involuzione che il genere ha subito negli ultimi anni, però ho scoperto un potenziale non da poco, ricavando uno dei personaggi più divertenti da scrivere (e spero da leggere) che la mia penna virtuale abbia mai partorito.
Lo vedo, tra me e me, come una critica più o meno esplicita ai famosi “vampiri vegetariani” e puritani che temono il contatto fisico con la solita fanciulla umana di turno.
Nik ne riderebbe, anzi, se sapesse come fare arriverebbe ad ammaliare qualcuna per portasela a letto senza tanti giri di parole, prima di mangiarsela. Perché lui è il mio “basta!” segreto alla moda del momento, il mio personale diavoletto che mi sussurra sconcezze all’orecchio, l’unico e solo dei tanti personaggi che ho creato che vedendo qualcosa che non gli va a genio direbbe semplicemente: Fanculo, gente.
A lui è dedicato il mio ultimo racconto: “Una notte di ordinaria follia”.



      

sabato 25 ottobre 2014

Press Kit, o anche "tutto quello c'è da sapere sullo scrittore Alessio Filisdeo e il suo lavoro".

Creo questo particolare post, che aggiornerò di volta in volta con le eventuali novità, per dare una visione d'insieme su di me (a livello professionale) e il mio lavoro.
Di seguito troverete quindi link ad articoli e recensioni, una scaletta di eventi a cui ho partecipato o parteciperò, premi letterari e quant'altro.
Spero possa rivelarsi uno strumento utile e semplice da consultare in caso di bisogno.


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Breve biografia dell'autore.

Nato ad Ischia nel 1989, Alessio Filisdeo vive a Barano d’Ischia.
Comincia a scrivere racconti fantasy, e a tema supereroistico, a sedici anni finchè, una bella notte, non si trova ad assistere per caso alla proiezione del film culto Intervista col Vampiro. Sboccia immediatamente l’amore per la figura del vampiro aristocratico, per il genere gotico e per i grandi classici ottocenteschi. Il passo da fan del genere a fanatico cultore è più breve del previsto.
Conclude il suo primo romanzo storico a tinte sovrannaturali all’età di diciannove anni. C’è un solo problema: ormai i “vampiri di una volta” di cui ha scritto sono passati di moda.

Ma Alessio Filisdeo non demorde: destreggiandosi tra la passione per la scrittura e alcuni lavoretti part-time (confermando quindi lo stereotipo dello scrittore perennemente squattrinato con tante belle speranze), e spaziando momentaneamente tra più generi e personaggi, aspetta pazientemente il ritorno alla ribalta della creatura dannata in tutto il suo maledetto splendore.


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Opere pubblicate.  

"Le Memorie Oscure: Rondò": romanzo, pagine 294, edito nella collana "Nuove voci" dal Gruppo Albatros Il Filo nel maggio 2013. Reperibile in qualsiasi libreria e negozio on-line del settore.


Recensione #1 a cura di recensionelibro.it: qui
Recensione #2 a cura di Annessi&Connessi.net: qui

Scheda al libro: qui
Breve analisi al libro e prologo completo: qui


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Una notte di ordinaria follia : romanzo, pagine 85 circa, edito nella collana NFS (Non Solo Fantasy) da Nativi Digitali Edizioni il 29 aprile 2015. Reperibile in qualsiasi negozio on-line del settore.

Recensione #1 a cura di Annessi&Connessi.net: qui!
Recensione #2 a cura di Butterfly's book: qui!
Recensione #3 a cura de Il Flauto di Pan: qui!
Recensione #4 a cura di Italians do it Better: qui!
Recensione #5 a cura di Libri Riflessi in uno Specchio: qui!
Recensione #6 a cura di Toglietemi tutto, ma non i miei libri: qui!
Recensione #7 a cura de La Casa del Gioco Perduto: qui!
Recensione #8 a cura di Peccati di Penna: qui!
Recensione #9 a cura di La Libraia: qui!
Recensione #10 a cura di Ladra di Libri: qui!
Recensione #11 a cura di Letture Sale e Pepe: qui!

Prefazione: qui!
Estratto: qui!

Intervista a cura di FeedBooks: qui!
Intervista a cura di The Dark Zone: qui!
Intervista a cura di Toglietemi tutto, ma non i miei libri: qui!

Articolo a cura di FTNews: qui!


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Il risveglio della Cacciatrice : romanzo, pagine 220 circa, edito nella collana NSF (Non Solo Fantasy) da Nativi Digitali Edizioni il 15 settembre 2016. Reperibile in qualsiasi negozio on-line del settore.

Prefazione: qui!
Estratto gratuito: qui!

Recensione #1 a cura di Book Is Life: qui!
Recensione #2 a cura di Peccati di Penna: qui!
Recensione #3 a cura di Toglietemi tutto, ma non i miei libri: qui!

Intervista a cura di Ramingo Blog: qui!
Intervista a cura di Book Is Life: qui!


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Fairfax & Coldwin: romanzo, pagine 250 circa; edito nella collana Fantasy da Nativi Digitali Edizioni il 20 settembre 2017.
Reperibile in qualsiasi negozio on-line del settore.

Prefazione: qui!

Recensione #1 a cura di Book Is Life: qui!
Recensione #2 a cura di Eroine Penzel: qui!
Recensione #3 a cura di Dentro un libro: qui!
Recensione #4 a cura di Alicebianconiglio8: qui!
Recensione #5 a cura di Fall in Books: qui!
Recensione #6 a cura di Viaggiando coi i miei libri: qui! 
Recensione #7 a cura di Libri una passione: qui!


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Opere gratuite.

Le follie del vampiro Nik : romanzo breve: qui!

Recensione #1 a cura di Peccati di Penna: qui!
Recensione #2 a cura di Toglietemi tutto, ma non i miei libri: qui! 

"File altamente classificato CA-2112864-CVH": racconto breve, disponibile interamente sul blog:
 qui

"Intervista al vampiro... Nik!": racconto breve in formato intervista radiofonica: qui!


Premi letterari.

Terzo classificato al concorso letterario nazionale "Autore di te stesso", edizione 2013, con il romanzo "Le Memorie Oscure: Rondò":
 qui


Eventi.

Ischia Gotica: lunedì 29 settembre 2014, ore 21.00, presso l'Osservatorio Geofisico di Casamicciola Terme.


Incontro con l'autore: martedì 28 ottobre 2014, ore 10.00, 2014 presso la Scuola Media Statale Scotti di Ischia.

Un caffè con l'autore: mercoledì 29 ottobre 2014, ore 17.30, 2014 presso la biblioteca comunale di Villaricca.

Incontri d'autore: sabato 27 dicembre 2014, ore 18.00, presso la biblioteca comunale di Qualiano.

Nativi Digitali a Roma: venerdì 5 giugno 2015, ore 18.00, presso la libreria Altroquando di Roma.

Fiera Bellissima, ospita Nativi Digitali Edizioni: sabato 19 marzo 2016, ore 12.30, presso la sala S4 del Palazzo del Ghiaccio, Milano. 

Fiera Stranimondi 2017: sabato 14 ottobre dalle ore 14.30, presso la UESM Casa dei Giochi di Milano.








Altri articoli.

Da Ischia al Brasile nel segno dei... vampiri! - 27 giugno 2014, a cura del giornalista Ciro Cenatiempo: qui



Contatti autore.

Pagina facebook: qui!


E-mail: alessio.filisdeo@gmail.com





mercoledì 1 ottobre 2014

Il prigioniero del Castello.

Ideato, e in un certo qual modo commissionato per essere un piccolo omaggio all'isola d'Ischia su cui sono nato e cresciuto, "Il prigioniero del Castello" è un racconto breve che nonostante tutto non rinuncia alla sua dose di mistero dai risvolti tipicamente sovrannaturali.
Come di mia consuetudine, si tratta di una vicenda costruita scrupolosamente su eventi storici realmente accaduti amalgamati a elementi di fantasia dal retrogusto gotico.
La contrapposizione tra sacro e profano, reale e presunto irreale, luce e tenebra: tra le righe dimora ogni dogma tipico del genere.
Nella speranza di potervi mostrare il lavoro completo entro tempi brevi, comincio col proporvi la quarta di copertina:


Italia, 1809.

Travolta dalla schiacciante forza militare francese, saccheggiata e umiliata, l’intera penisola trema sotto il giogo assolutistico del maresciallo bonapartista Joachim Murat.
In un disperato tentativo di rovesciare le infauste sorti della propria terra, la dinastia dei Borbone di Napoli rinsalda la propria alleanza con l’Impero Britannico.
La presa di posizione si rivela un momentaneo successo, la scintilla di una vera e propria lotta alla liberazione.
Poi accade l’inesplicabile.
Un numero eccezionale di galeoni da guerra inglesi si distacca dalle forze principali facendo rotta verso la piccola isola d’Ischia, intenzionato contro ogni logica e urgenza a espugnare di prepotenza l’antico Castello Aragonese a picco sul mare.
Cosa si cela dietro la volontà di una conquista tanto provinciale? A cosa, esattamente, i formidabili reggimenti francesi asserragliati nella fortezza stanno di guardia?
La Storia l’ha rimosso. La leggenda lo ricorda. Il prigioniero del Castello attende nell’oscurità il momento della rivalsa.




Nell'immagine sopra: dipinto "L'isola dei morti" (1880-1886), di Arnold Böcklin (1827-1901), ispirato alle forme del Castello Aragonese di Ischia.

domenica 28 settembre 2014

Clemens von Hebelhost: il cacciatore di vampiri nell'età Romantica.

Quello che state per leggere è un piccolo ma sentito omaggio al genere gotico che molto amo.
Si tratta di un racconto brevissimo inizialmente ideato per dare risalto alla figura di Clemens von Hebelhost, protagonista del mio primo romanzo "Le Memorie Oscure".
Col tempo e l'esperienza questo scritto ha subito vari rimaneggiamenti, nuove stesure e cambi di prospettiva del tutto diversi rispetto al progetto originario.
Il risultato finale è qui pronto per voi, e non solo nello spazio virtuale del blog, ma anche tra le pagine del romanzo Il risveglio della Cacciatrice, perfettamente integrato e contestualizzato a quella che con gli anni è diventata la mitologia alla base della mia folle saga letteraria.

Quindi bando alle ciance, mettetevi comodi e preparatavi a un viaggio indietro nel tempo, nel cuore del XIX secolo.
E ricordate, questo è materiale riservato proveniente dai più reconditi e polverosi anfratti degli archivi dell'Ordine, e l'ha rubato per voi il vostro amichevole vampiro Nik di quartiere!      



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FILE ALTAMENTE CLASSIFICATO CA-2112864-CVH



Dal diario personale di Sir Robert H. Woodwin.

Baviera, 21 dicembre 1864

Abbandonare queste terre maledette mi riempie di una strana euforia. 
Riderei se i brividi di terrore non mi percorressero le viscere; canzonerei la mia inopportuna pavidità se il ricordo di ciò che ho visto non tornasse a tormentarmi la mente.
Che Iddio mi sia testimone, non sono un codardo: non lo ero da ufficiale di Sua Maestà e non lo sono adesso, da cavaliere dell'Ordine. Eppure non posso fare a meno di sporgermi di tanto in tanto dalla porticina della carrozza, di guardarmi indietro, di stringere il pugnale celato sotto la redingote. 
Mi ripeto che la segretezza del mio incarico non è stata compromessa, che ho assolto al mio compito senza destare alcun sospetto, e che pari a un fantasma sono entrato e uscito da Monaco sfruttando ogni abilità in mio possesso.
Una parte di me vorrebbe credere a tali menzogne, ma è una parte debole, schiacciata dal peso di quell'ultimo sguardo, il suo, uno che non dimenticherò tanto presto.
  
Clemens von Hebelhost, “il Conte".
Rammento la prima volta che lo vidi in pubblico, al teatro dell’opera. Se ne stava nel suo palco privato, solo, ammirato con morbosa curiosità da decine e decine di occhi femminili.
Trovai la scena assai divertente, benché affatto sorprendente. Dopotutto egli era un uomo ricco, scapolo, di bell’aspetto e modi distinti.
La cosa che mi colpì di più furono i suoi capelli fulvi portati a una lunghezza superiore alla media dei tempi, trattenuti da un nastro di raso. Poi, per una frazione di secondo, incrociai il suo sguardo: grigio, distante, calcolatore.
Dove le signore vi avrebbero visto soltanto la fatua indolenza tipica del suo rango, tipica a onor del vero di qualsiasi aristocratico annoiato da tutti e tutto, io vidi di più: una maschera. Un versatile volto artificiale capace, suppongo dopo anni di esperienza, a dar di sé l’impressione che lo spettatore più desiderava. Una sorta di foglio bianco fatto di carne e ossa.
La mia ammirazione crebbe, e non di poco. In tutta onestà cominciai a chiedermi il perché della missione. Per quale motivo dovevo impiegare le mie risorse per sorvegliare segretamente un cavaliere? Egli era uno di noi, un confratello dalla rinomata lealtà. Stando ai rapporti che avevo letto, i suoi risultati in fatto di epurazioni possedevano del prodigioso. 
La cosa, sospetto, avrebbe dovuto mettermi in allarme da allora. Tuttavia ero già caduto vittima della curiosa influenza del suo magnetismo, e prima che me ne rendessi conto il mio piccolo binocolo d’argento puntava su di lui non meno di quello delle civette ridacchianti che avevo attorno.
Come potei essere così superficiale? Come potei anche solo pensare che una personalità pari a quella rappresentasse il meglio che il nostro Ordine aveva da offrire a Dio e all’Umanità?
Con crescente orrore e sgomento, notte dopo notte, pedinamento dopo pedinamento, riconobbi infine la vera natura di Hebelhost.
Implacabile, impietoso, addirittura crudele.
Avevo già veduto altri cacciatori solitari a Londra, e Roma: cavalieri prossimi alla nomina dell’Angelus, particolarmente esperti, muniti di un raro lascito ad agire in maniera indipendente, ad affrontare la minaccia dannata coi mezzi e i tempi a loro più congeniali.
Ma il conte… superava i suoi illustri “colleghi” tanto in efferatezza che in efficienza.
Mai in vita mia ho assistito a una tale furia omicida, a una tale ferocia e risolutezza.
Con questi miei occhi ho registrato la fine dei vampiri sul suo cammino, e in quelle non vi ho scorto alcuna traccia di volontà divina, ma solo di arida vendetta.
Ho quasi provato pietà per tali creature maledette, per la maniera brutale con cui l’elegante bastone animato di Hebelhost li faceva a pezzi.
È un macellaio, un arcangelo mietitore che si sente appagato soltanto dal sangue del nemico che gli ricopre il viso.
Come può un uomo di nobile nascita, un uomo istruito, educato, un rappresentante dell’alta società dimostrarsi nell’intimo, nel privato, un tale… demone?!
Io non lo so, tutt’ora lo ignoro, e a posteriori ringrazio l’Ordine di avermi impedito di venire a conoscenza delle tragedie che di certo questo cavaliere ha dovuto affrontare in gioventù.
Amore e morte: le uniche due entità che a questo mondo possono mutare il carattere di un uomo. Inutile dire che nella vita di Clemens von Hebelhost non ho trovato la pur minima traccia del primo.


È dunque guardando a un passato nemmeno troppo lontano che ho compreso che i miei timori verso quest’uomo sono divenuti reali e concreti a causa di un episodio in particolare. Non avrei dovuto udire quelle parole, probabilmente quella notte non avrei nemmeno dovuto essere lì, ma c’ero, e ho udito ogni cosa.
«Cane templare! Questa città… presto insorgerà contro di te! Per cui sbrigati… sbrigati a uccidermi nel nome del tuo piccolo dio…» lo aveva schernito un dannato, gravemente ferito al termine dello scontro, in attesa del colpo di grazia.
Con mia grande sorpresa, a differenza di qualsiasi altro cacciatore o comune membro dell’Ordine al suo posto, Hebelhost non si era dimostrato minimamente oltraggiato da quelle vili bestemmie. Al contrario, insolitamente calmo, si era limitato a fissare la sua preda dall’alto al basso, ad annuire lievemente a nessuno in particolare.
Non sapevo cosa pensare, cosa dedurre dall’inusuale comportamento.
Poi accadde.
«Dio… Al Diavolo Dio, mostro. Porta i miei ossequi a entrambi.»
Blasfemia? Eresia? Sinceramente non saprei come definire quel suo dire, soprattutto se associato a un templare scelto da Nostro Signore.
Da allora niente è più stato come prima.
I mie rapporti all’Ordine non sono serviti: non una risposta in più di quaranta giorni. Nel frattempo erano stati epurati più di dodici vampiri e una mezza dozzina di umani compiacenti, famigli, massacrati pari ai loro maestri.
Non ho parole per descrivere il macabro spettacolo, l’insensibilità del conte di fronte pure alla vita mortale. Certo, i traditori della nostra razza che si alleano col Maligno non meritano pietà, eppure, credo, bisognerebbe dimostrare un minimo di repulsione, un lampo di riserva nel commettere assassinio.
In Hebelhost non si è manifestato nulla di tutto ciò.
Temevo, e temo tutt’ora, che l’Ordine abbia sottovalutando la gravità della situazione, e che il conte sia un mastino inferocito, un giustiziere dalla perversa morale omicida che vede nella lotta ai dannati una mera valvola di sfogo personale, piuttosto che una sacra missione a cui adempiere.
Senza affezione alla causa, senza fede, chi può dire a cosa la rabbia malriposta di quest’uomo potrà condurre?
Le prime avvisaglie del pericolo si sono già manifestate. Non si tratta di essere profeti, ma di essere semplicemente assennati.
Scriverò in merito soltanto due parole: Palais Preysing.
Il resto, come si suol dire, volente o nolente, sarà presto storia.

È per questo che ho lasciato Monaco un mese prima del previsto, ed è per questo che adesso mi guardo le spalle, timoroso di ciò che potrei trovarci.
Sciocco dare per scontata la mia maestria camaleontica, e ancor più sciocco illudersi che per così tanto tempo quell’astuto conte si sia lasciato seguire nell’ombra senza sospettare alcunché.
Non posso fare a meno di pensare: e se fosse stata tutta una messa in scena? Se in realtà si fosse accorto di me già da quel primo giorno? Se mi avesse fatto sentire e vedere ciò che lui voleva che io sentissi e vedessi? Se mi avesse studiato mentre io studiavo lui?
Dicono che mettere su carta le proprie paure serva ad esorcizzarle. Con me non sta funzionando.
Spero solo di fare ritorno nel mio Paese sano e salvo, di poter raccontare con la mia propria voce i dubbi di questo inquieto viaggio.
Dispero all’idea che sparsi per il mondo possano esserci altri cinque, dieci Clemens von Hebelhost impiegati a combattere sotto lo stendardo templare, ma più di tutto dispero della verità.
Cosa accadrebbe a questi uomini se la verità, la mia verità, dovesse arrivare alle giuste orecchie: sarebbero considerati eroi o traditori dell’Ordine?
Non spetta a me decidere, e di questo posso solo ringraziare Iddio.

venerdì 27 giugno 2014

"Il caso Suarez, Ischia e i vampiri": articolo di critica semiseria a cura di Ciro Cenatiempo.

Con grandissimo piacere vi propongo un simpaticissimo articolo sul mio lavoro a cura del caro amico Ciro Cenatiempo, giornalista di lunga esperienza e autore di saggistica.
Buona lettura e buon divertimento!



Da Ischia a Napoli, al Brasile. È il momento dei vampiri!
Alessio Filisdeo, un “gotico” per l’estate
«Le memorie oscure - Rondò», il romanzo del giovane scrittore ischitano conquista
i lettori italiani. Ambientato nell’Ottocento, mostra una ricostruzione dei tempi
e dei luoghi affascinante, in un contesto di storie misteriose che lasciano
con il fiato sospeso e ricordano i maestri del genere, dal grande Edgar Allan Poe
al maestro Bram Stoker. E fioccano i riconoscimenti sul Web, proprio nel momento in cui si verificano due fatti clamorosi di cronaca: la tomba di Dracula scoperta
a Napoli, e il “morso” di Suarez ai Mondiali di calcio. Una coincidenza?


ISCHIA. Dalla scoperta della tomba di Dracula, nel chiostro di Santa Maria La Nova, a Napoli; al caso clamoroso del centravanti della nazionale di calcio dell’Uruguay, Luis Alberto Suarez, punito pesantemente dopo aver «azzannato» - ancora una volta cercando il sangue - un avversario durante una fase di gioco (il nostro Chiellini). Sono due vicende attualissime che hanno fatto riesplodere nell’immaginario collettivo la figura ancestrale di chi «morde» il prossimo per un istinto, a quanto pare, davvero insopprimibile: il vampiro. Due fatti che si legano, per una straordinaria coincidenza, all’eccellente lavoro di un giovane scrittore ischitano, Alessio Filisdeo (è nato nel 1989), che sta conquistando i lettori con le sue storie gotiche e, appunto, vampiresche dallo stile unico e originale. Dopo aver ottenuto ottimi riscontri col romanzo  «Le memorie oscure. Rondò» (Albatros editore), del quale è stato detto che «è un gotico ad ambientazione ottocentesca, fortemente influenzato dai capisaldi della letteratura di genere come Bram Stoker, Edgar Allan Poe, Joseph Sheridan Le Fanu e la più moderna Anne Rice» grazie ai fantastici protagonisti, un cavaliere Templare, la musica di Wagner e la bellezza di Helena; è con la recente conquista del terzo Premio al Concorso Letterario nazionale, che Filisdeo sta dimostrando tutto il suo valore. E Alessio continua a scrivere – lo fa da quando aveva sedici anni – senza soste. Il suo secondo libro, di quella che si presenta come una vera e propria saga, dal titolo «Overture», non è stato ancora pubblicato, ma già dalle prime pagine uscite sul Web, in concomitanza con la partecipazione al torneo letterario Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, la risposta degli amanti del genere è a dir poco entusiastica. Ecco una sintesi dei giudizi. «[…] Lo stile è veramente ricco, di una ricchezza greve e traboccante: avvolge con una sensazione di teschi smaltati d’oro, marmi massicci soffocati dall’incenso, di gigli esausti e troppo profumati.
L’andamento ricorda quello dei poemi epici o delle ballate medievali, a metà tra la flessuosità lirica della lingua e l’immediatezza della storia in prosa». Per gli amanti del genere potrebbe diventare un must, scrive un altro appassionato, mentre una donna sottolinea quanto il plot narrativo risulti come «avvincente». E c’è chi sostiene con forza: «Finalmente dei vampiri seri che non possono stare alla luce del sole e che hanno sete di sangue umano. Dei vampiri che definirei “come si deve”. La storia, pur inserendosi per molti versi nel filone classico della letteratura gotica, ha i suoi tratti d’originalità nello stile e nelle modalità di racconto. La sintassi è curatissima, così come il lessico». E c’è chi, poi, ha «apprezzato la strana commistione tra sacro e profano, dunque tra Dio cristiano da una parte e creatura immortale e infernale, quale il Vampiro, dall’altra… e nasconde un senso di peccato tra le righe che descrivono il primo protagonista presentato, ossia il nobile cavaliere francese Romuald».  Ma non è finita: «Finalmente un fantasy gotico che non cerca di infilarsi a forza nelle ultime mode di adolescenti dai denti a punta e bellissime angiolette salvatrici del mondo! Non è uno young adult da consumare e buttare via. Potrebbe piacere molto al pubblico dei veri lettori di genere che resistono sotto i colpi delle schifezze pubblicate negli ultimi anni».

Per scoprire tutti i segreti di Alessio Filisdeo, non resta che leggere «Le memorie oscure. Rondò», per cominciare. Capiremo meglio, forse, anche la storia recente, da Napoli al Brasile…

venerdì 6 giugno 2014

Alle radici dell'occulto.

Non solo vampiri. Non solo cacciatori di esseri sovrannaturali.
Quando ho ideato il mondo delle Memorie Oscure avevo ben chiara una cosa: doveva essere una versione più buia e decadente del nostro mondo, una versione dove l'antichità della terra doveva respirarsi a pieni polmoni, dove il mito e la leggenda possedevano ben più di un fondo di verità.
Per cui ho scavato.
Prima degli ordini cristiani, prima dei nosferatu, tra gli echi della civiltà atavica degli egizi e la caduta di Cartagine. Non sono mai stati i mostri il fondamento delle paure dell'Uomo, quanto piuttosto l'impercettibile, l'inesplicabile, l'impalpabile: la magia.

Partendo da questo presupposto, ovvero che una forza invisibile, da sempre, pervade la realtà, ho dato vita alla mia personale concezione della magia all'interno dell'universo narrativo delle Memorie Oscure.
Ho preso i più blasfemi rituali pagani, la cultura di civiltà scomparse da millenni, le loro usanze fondate sul culto del sangue e della morte, sul conflitto/armonia con tutti gli elementi. Poi sono passato ai trattati cattolici redatti durante i Secoli Bui, alla ferma condanna dei tribunali inquisitori.
Qui mi sono fermato. Avevo tutto ciò che mi occorreva. Non erano incantesimi, non erano formule latine e nemmeno culti votati a una sorta di equilibrio superiore. C'era solo il potere grezzo, nè bianco nè nero, la vera stregoneria, quella concessa a poche, pochissime elette in grado di canalizzarla per i propri scopi.
Quella che troverete nelle Memorie Oscure è una magia "silenziosa", terribile, oscena e blasfema che si manifesta "dietro le quinte" della realtà mortale. Una magia che non ama mostrarsi nè pavoneggiarsi, di cui si avverte la presenza ma non la si riconosce se non nel momento della verità. Non c'è nulla di sensazionalistico, pirotecnico o caotico. 
Le "mie" streghe sono donne volubili, egoiste, solitarie e arroganti. In virtù delle capacità che governano a caro prezzo si ritengo più di comuni essere umani. Guardano con sprezzo ai mortali e non si curano dei dannati. Il loro potere deriva dalla loro stessa ambizione. Tengono solo a loro stesse, non si schierano, non hanno interesse nel governare o nel raggiungere posizioni sociali elevate.
Le mie streghe sanno essere imprevedibili. La loro fama le precede. Non c'è personaggio, umano e non, che vorrebbe averci a che fare. E quando l'interazione è davvero necessaria, aleggia costantemente un'atmosfera di lecito dubbio, di sfiducia, di repentino ribaltamento delle dinamiche.      
Non esistono circoli, congreghe, assemblee o sorellanze vere e proprie. E così come per altre intuizioni, la mia visione sull'argomento deriva da poche e semplici domande: perchè una strega dovrebbe voler fare del bene, o del male? Quel'è il suo tornaconto? Quali sono i suoi limiti morali, i limiti morali di una donna che potenzialmente non ha limiti? 
Se da un lato queste stesse domande potrebbero essere rivolte alla figura del vampiro con risposte abbastanza scontate, trovo che contestualizzarle alla figura della strega, figura non immortale, più "esposta" durante la Storia rispetto agli inafferrabili non morti, sia certamente più intrigante e interessante.    
Dare per scontato che qualunque essere, a contatto con un grande potere, dotato di capacità fuori dalla norma, sia più propenso a farsi corrompere, a seguire i dettami dei suoi desideri, o anche soltanto a ignorare tutto ciò che non rientra nei suoi interessi o nelle sue possibilità. 
Non si tratta quindi di streghe malvagie, di magia nera o di corruzione dell'anima. Semplicemente per ottenere più potere bisogna sacrificare di più. 
Nelle Memorie Oscure la magia esiste, ma il mondo delle Memorie Oscure è pur sempre il nostro verosimile macrocosmo, coi suoi vizi e le sue virtù.
Come direbbe qualcuno, se sai fare bene qualcosa perchè farla gratis?
Questo è in breve il concetto dietro la personalità delle mie streghe, e nell'economia dei miei romanzi il loro modus operandi procurerà spesso e volentieri una serie di reazioni a catena da cui persino un vampiro troverà impiccio ad uscirne.

"Alle streghe importa soltanto delle streghe."  (cit. Tractatus Maleficarum, 1237)  

giovedì 1 maggio 2014

Penny Dreadful.

In alcuni dei miei post precedenti avevo già scritto delle mie influenze letterarie, del genere gotico e di come esso si sia più volte reinventato nel corso dei secoli. Tuttavia, arrivati a questo punto, risulterei approssimativo se non citassi almeno i famosi "Penny Dreadful".

In italiano si potrebbero tradurre come "Spaventi da un penny". Si tratta, in poche parole, di una serie di novelle, racconti brevi, che trovarono pubblicazione settimanale sia in Inghilterra che negli Stati Uniti per gran parte del XIX secolo, fino agli inizi del XX.
Storie dell'orrore, del grottesco, fatte appositamente per un pubblico generalista, operai e piccola borghesia.
Sono passate alla storia per il loro esasperato sensazionalismo, illustrazioni grossolane e il tono tanto enfatico da scadere nel banale. Addirittura uno slogan del tempo, volto a ridicolizzare il genere, recitava: "Sangue! Deve esserci più sangue!"
Oggi definiremo la cosa, senza mezzi termini, come splatter, trash.
Ma... c'è un "ma".
I penny dreadful sono stati la miccia, le prime pagliuzze, i semi da cui germogliò in tutto il suo decadente splendore il risorgimento del genere gotico. Fu grazie alla diffusione di questi, al loro inesplicabile successo, all'incredibile popolarità che si portarono dietro se, poco alla volta, romanzi come Dracula vennero poi alla luce.
Lo stesso Robert Stevenson, dopo la sua consacrazione come scrittore, confessò di essere stato ispirato nel suo percorso creativo dai penny dreadful che aveva letto da ragazzino.

E se il termine ancora non vi suggerisce nulla, allora leggete qualcuno di questi nomi: Sweeney Todd, Il banchetto di sangue, Spring-heele'd Jack (o "Jack il Saltatore"), Il mistero del vampiro di Spitalfields.
Molti degli "spaventi da un penny" sono ormai divenuti dei piccoli classici, se non qui in Italia, certamente nel Regno Unito e oltre oceano.
Per quanto riguarda invece il mio rapporto con i penny dreadful, dico che come lettore mi sono molto divertito a esaminarli, a immergermi in queste storie improbabili che aspettano solo un pretesto per descrivere gole aperte, efferati omicidi e improbabili amori.
Come scrittore, d'altra parte, è stato utile scorrerli per entrare ancora più in sintonia con le atmosfere del XIX secolo, il suo linguaggio volutamente artificioso, l'opinione che le persone possedevano del termine "horror".
All'epoca erano considerati con disprezzo dai facoltosi, alla stregua di ciarpame dall'infimo valore culturale, operette stereotipate usa e getta. Oggi, i penny dreadful sono delle piccole perle tutte da riscoprire. E credo di non esagerare nell'affermare che, tra le loro righe, si celi in realtà il viso più sincero della società vittoriana. Una società che, sotto sotto, era sempre alla costante ricerca di evasione, trasgressione e sfrenata fantasia.

martedì 8 aprile 2014

Una rischiosa scelta narrativa.

Le Memorie Oscure sono ambientate nel nostro mondo.
Ci sono le stesse città, gli stessi eventi storici, gli stessi personaggi pubblici.
Tuttavia la realtà si fonde col sovrannaturale dando vita a una visione distorta, esasperata della contrapposizione tra Luce e Ombra.
Insomma, nulla di nuovo per una serie di romanzi a sfondo horror. Ma entriamo più in dettaglio.

Nello scrivere questi racconti, non era mia intenzione proporre accuratezza storica solo da un punto di vista prettamente descrittivo (ad esempio, nell'anno X è successo Y), ma far rivivere lo spirito, per così dire, l'anima dell'epoca narrata anche e sopratutto attraverso i dialoghi, la terminologia, il vocabolario, gli usi e costumi.
Si tratta di un concetto di immersione ed immedesimazione che per quanto faticoso da realizzare, è capace sicuramente a lasciare una traccia nella mente del lettore più appassionato.
Sto parlando di quel genere di lettore che avverte una nota stonata quando nei libri ad ambientazione storica nota che i dialoghi sono sempre scritti col "tu", anche tra personaggi di diverse classi sociali; quel genere di lettore che inarca il sopracciglio con divertimento e incredulità quando nei film in costume vede due giovani baciarsi pubblicamente nel mezzo di un ricevimento mondano; o ancora quel genere di lettore che compra un romanzo ottocentesco e si ritrova invece a leggere un racconto rosa dal lessico contemporaneo.
Io sono per la fedeltà, quella fatta per bene, con tutti i crismi del caso.
Nel titolo si parlava di una "scelta rischiosa", e per molti versi lo è.
Al giorno d'oggi, la stragrande maggioranza dei lettori non bada più a questi "dettagli". Non cerca più l'atmosfera o l'attinenza, ma solo l'intrattenimento.
Tutto deve essere fruibile a tutti. Se una volta l'età, l'istruzione e la quantità di tempo a disposizione del lettore influivano sulla scelta del romanzo, adesso si pretende di standardizzare la letteratura. Esigenze di marketing, mi dicono.
Qualcuno mi ha fatto notare più di una volta: "Davvero bello il tuo romanzo, però non è per tutti." oppure: "Bello, però all'inizio bisogna entrare un pò nell'ottica del periodo storico che descrivi." e ancora: "Se lo avessi scritto in maniera più informale avresti venduto di più. La gente si scoccia di andare a cercare termini vetusti sul vocabolario."
E io non sono certo Manzoni, eh! Tantomeno Shakespeare.
Ad ogni modo, per quanto discutibile, e a tratti impopolare, il mio stile resta questo. Mi diverte, mi stimola.
Così come mi affascina terribilmente il fare ricerche sugli argomenti più in voga in un determinato secolo; scrivere ad esempio di una Londra vittoriana e la passione dei suoi abitanti agiati per il mesmerismo, i misteri dell'antico Egitto; o raccontare dei primi del '900 e la "moda" delle sedute spiritiche; gli anni '50 coi suoi dischi volanti e così via.
Ogni epoca racchiude uno scrigno culturale unico, ricco di spunti intriganti per chiunque abbia la voglia di scavare a fondo.
Ed è questo che faccio io: portare alla luce i misteri più interessanti, studiare i fenomeni sociali più curiosi, ricreare in tutto e per tutto il riflesso di un tempo che più non è. All'interno, i miei personaggi, la loro oscurità, la loro magia.
 

  

sabato 22 marzo 2014

Concorso Letterario Nazionale "Autore di te stesso: 2013" - Terzo posto per "Le Memorie Oscure - Rondò"

Con grandissimo piacere vi annuncio che il romanzo d'esordio "Le Memorie Oscure - Rondò" ha ottenuto il terzo posto sul podio del concorso letterario nazionale "Autore di te stesso" edizione 2013.
Si tratta di un riconoscimento di sicuro valore, soprattutto per un giovane scrittore come me.
Spero di poter continuare a dimostrare lo spessore e la cura delle mie opere anche nel prossimo futuro.
La strada è ancora tutta in salita, ma con risultati del genere la motivazione e la passione sono alle stelle!

 Clicca qui per la pagina ufficiale del concorso.

Annessi & Connessi: una recensione per "Rondò"

Disponibile una prima recensione sul romanzo "Le Memorie Oscure - Rondò" a cura del sito specializzato "Anessi & Connessi".
Un grazie a tutti loro per l'ottimo lavoro svolto!


Desueto, polveroso, retrò, barocco: mai prima di ora queste parole assumono una connotazione tanto positiva. Il romanzo di esordio del giovane Alessio FilisdeoLe memorie oscure - Rondò, è l’antitesi della modernità, e meno male. [...]

Recensione completa qui. 

domenica 16 febbraio 2014

La caduta dell'eroe.

Da che ne ho memoria, in ambito narrativo, la trovata che mi ha sempre affascinato di più è stata sicuramente quella del malvagio di turno, del personaggio negativo, che diventa eroe della vicenda.
Si tratta di un'evoluzione molto intrigante, io credo, e non tanto semplice da mettere in pratica come qualcuno potrebbe credere. C'è bisogno infatti di una figura carismatica, di tempo e pagine per presentarla adeguatamente, di pazienza da parte del lettore. E deve essere una figura unica, violenta e passionale, con un suo preciso codice morale, qualcosa a cui potersi aggrappare per poter entrare in empatia con lei.
Un giorno, ritrovandomi a riflettere sulla complessità, e le potenzialità, di tale espediente, mi sono domandato: "E se fosse il contrario? Se all'interno della storia avvenisse un processo inverso? Se fosse il protagonista, l'eroe senza macchia, a trasformarsi nella nemesi?"

Così sono nate le Memorie Oscure, o meglio, le creature che le popolano.
Ero stanco di leggere del classico "Bene contro Male", stufo che il paladino di turno, dopo le difficoltà di rito, riuscisse a prevalere sul rivale. Tuttavia non volevo nemmeno, come scrittore, cimentarmi in qualcosa di già visto. Volevo sorprendere, meravigliare e spiazzare, me stesso e il lettore.
Questo ho fatto: dare per scontato che tutti i miei personaggi fossero buoni, dotandoli per diretta conseguenza di un lato oscuro, rendendoli più o meno malvagi a seconda del momento, o degli occhi del narratore.
Nelle Memorie Oscure non esiste un personaggio semplicemente bianco, o uno semplicemente nero. C'è, al contrario, una distesa di grigio dove ogni presenza in gioco è mossa da un proprio disegno, da un preciso fine, da un qualcosa che farebbe di tutto pur di raggiungere. E tale ambizione, tale ricerca, si ripercuote sull'economia della storia arrivando a favorire, o ritardare, in maniera non sempre calcolata o intenzionale quella degli altri protagonisti.
Il risultato è dunque un cambio di prospettiva sempre nuovo, dove l'eroe di un capitolo può essere pure il malvagio di un altro, e viceversa. Le buone azioni posso portare a scenari disperati, mentre le efferatezze, le ingiustizie del momento, evolversi in situazioni tutto sommato positive.
Non vi nascondo che decidere di raccontare una storia in questo modo, scrivere più libri seguendo questa impostazione, è
molto faticoso: c'è bisogno di dedizione, studio e sopratutto lungimiranza. Bisogna possedere una visione d'insieme su ciò che si vuole raccontare molto precisa, perchè altrimenti si può scadere facilmente nel ridicolo involontario, o "perdersi dei pezzi per strada".
E credo fermamente che sia proprio la particolarità di questa struttura narrativa a distinguere il mio lavoro da quello degli altri scrittori del genere attualmente sulla piazza. Perchè leggere di un malvagio che si redime è sempre entusiasmante, ma leggere di un eroe che trova il suo vero scopo nella caduta verso il male... beh, credo sia un'esperienza a dir poco singolare.

martedì 4 febbraio 2014

Il romanticismo letterario, noto anche come "gotico".

Che il vampiro sia la creatura gotica per eccellenza è un fatto ormai risaputo.
Ma cosa si intende esattamente per "gotico"? Cosa racchiude questo termine, e cosa rappresenta?
Ebbene si tratta niente meno che del romanticismo letterario, ovvero la messa in scena di emozioni estreme, della loro forza illogica a fronte di un mondo grigio e razionale.
Mistero, magia, esoterismo, tenebra e, il più delle volte, sentimenti tanto violenti da portare alla morte.
In breve, il genere gotico è l'essenza assoluta dell'atmosfera, qualcosa che evoca immediatamente rovine, pinnacoli, castelli diroccati, creature melanconiche e fantasiose superstizioni.
Ma non solo.
Shelley, Poe, Stoker, Stevenson, Le Fanu e persino Conan Doyle elevano il genere a un livello di empatia che possiede dello straordinario.
Il fattore del sovrannaturale, del fantastico, viene asservito a quello della realtà, valorizzando non solo il contesto storico ma anche quello sociale. Perchè se da un lato c'è una società agli albori della tecnologia moderna, una società che lentamente sta scoprendo le meraviglie della scienza, dall'altro ci sono le angosce, le paure, i dubbi morali di questa società puritana ancora con lo sguardo rivolto al cielo, a un'entità superiore.
Ecco dunque lo scenario ideale per raccapriccianti storie dell'orrore: orrore non inteso nel senso di mostruoso, quanto piuttosto di grottesco, o inquietante. Inquietudine per il futuro, inquietudine per ciò che la scienza ancora non può spiegare, inquietudine per i sentimenti scaturiti dall'animo umano.
Si affacciano al genere personaggi visionari, addirittura colti dalla follia, in balia di conflitti interiori. Vi sono possessioni demoniache, antiche profezie, fanciulle insidiate dal male, creature da incubo nate dal genio e dall'ambizione di un semplice essere umano.
Il vampiro è tutto ciò e molto altro ancora: mostro e creatore, cacciatore e preda, violento e passionale. Si ciba della vita altrui, e le uniche emozioni che prova sono date dalla morte delle sue vittime.
Così come per altri esponenti del genere, esso non accetta il principio di moralità proprio della società umana, e anzi lo mette continuamente in discussione. Preferisce sedurre, manipolare il subconscio, corrompere e disporre della propria esistenza a piacimento, cedendo talvolta al vizio, agli istinti più bassi.
Il vampiro rappresenta tutto ciò che l'Uomo vorrebbe essere, ma che per via delle leggi, del pudore e della mortalità non sarà mai.
Questo è il gotico: la gravità del vecchio mondo, dei vecchi dogmi, che si scontra violentemente col desiderio di libertà, sia essa religiosa, filosofica o morale di un mondo giovane, affamato di emozioni
Il mio lavoro si basa esattamente su questa visione: creare racconti e romanzi che possano entrare a pieno diritto nel genere.
Che poi il risultato sia effettivamente commisurato alle mie intenzioni, sta a voi decretarlo.



martedì 21 gennaio 2014

La visione del vampiro secondo le Memorie Oscure.

Riflettevo che negli ultimi anni, che si tratti di un film, una serie tv, un fumetto o un libro, la prima cosa che si fa in una storia di vampiri è escogitare qualcosa per permettergli di camminare alla luce del sole.
Anelli magici, bracciali incantati, pozioni miracolose o addirittura dare per scontato, già dall'inizio, che quella del sole sia una falsa debolezza.
Ora, io, come tutti del resto, credo, cerco sempre di approcciarmi a qualcosa con il giusto spirito, di trovare qualche aspetto buono, curioso, anche quando l'insieme non si rivela di mio gradimento.
Ma... c'è un "ma".
Io li chiamo dogmi, caratteristiche imprescindibili della figura del vampiro, quelle senza le quali, di fatto, il vampiro non è più tale, ma un'ennesima creatura di fantasia come tante.

E dunque che tipo di vampiro potete trovare leggendo le mie Memorie Oscure?

Essendo le mie fonti di ispirazione principalmente basate sui classici dell'Ottocento, vi dico che i miei vampiri sono solamente notturni. La creatura gotica per eccellenza è un predatore che si muove nell'oscurità, in uno scenario fatto di luci artificiali. Si aggira per le ombre, a contatto con quella variegata sotto-cultura fatta di perversioni dell'ultima ora.
I miei vampiri sono assassini, mostri dotati di una sottile moralità che esula dalla definizione tradizionale di bene e male. Sono esseri solitari e libertini che agiscono al di fuori degli schemi del mondo umano, curandosi a malapena della Legge o della società circostante.
Ovviamente ci sono piccole eccezioni, ma in linea di massima si tratta di questo.
Sono veloci, forti, affascinanti e perlopiù egoisti, manipolatori. Possono leggere la mente degli esseri umani e ammaliarli, costringerli a obbedire ai propri ordini, privarli del libero arbitrio.
Il loro seme è sterile, ma possono giacere, fare l'amore, con uomini e donne mortali.
Sopravvivono attraverso la Storia e i secoli cibandosi di sangue umano, e possono essere uccisi soltanto in tre modi: decapitazione, fuoco e luce solare.
Ho lasciato dunque da parte le credenze cristiane sulla debolezza verso croci, simboli sacri in generale, acqua santa e aglio. L'unica sostanza "velenosa", ma non letale, è rappresentata nei miei libri dalla verbena: credenza, questa, che si rifà ad alcune cronache popolari sui racconti dei non morti risalenti al XVII secolo.
Prendendo invece spunto da produzioni di genere più moderno, c'è nelle Memorie Oscure la condizione del "torpore".
Il torpore è lo stato in cui cade un vampiro quando dorme. Si tratta di un vero e proprio bisogno che si manifesta al sorgere del sole, e che si placa soltanto quando scende la tenebra. Tutti i vampiri ne sono assoggettati, tutti lo percepiscono, pochissimi possono resistergli.
Nello stato d'incoscienza del torpore, il vampiro (o dannato), si rigenera più velocemente dalle ferite ma è completamente insensibile al mondo circostante.
Un vampiro può essere scaraventato di forza nel torpore (privo di sensi, quindi) a causa dell'impalamento o dell'eviscerazione del cuore.
A parte questo, era importante per me riportare in auge la figura dell'essere superiore, del mostro quasi invincibile e inafferrabile.
Credo fermamente che di tutti i personaggi di fantasia, il vampiro sia quello più libero in assoluto, realmente libero. Possiede il potere di fare ciò che vuole, come vuole e quando vuole, e non ha bisogno di giustificarsi con nessuno perchè è nella sua tragica natura essere "migliore".
Ecco allora cosa vi aspetta se deciderete di imbattervi ne "Le Memorie Oscure".
   
  

mercoledì 15 gennaio 2014

Panoramica al genere, da fan più che da scrittore.


Ricordo che appena un decennio fa, quando nel panorama letterario si affacciava un nuovo autore con un suo racconto di vampiri, tutti gli appassionati del genere erano presi da un grande entusiasmo. E io ero tra loro.
Questo perchè romanzi che trattavano della creatura gotica per eccellenza se ne vedevano col contagocce.
Era, quello dei vampiri, un genere "particolare", di nicchia, che possedeva una schiera accanita di fan, molti dei quali riscopertisi tali grazie alla rivoluzionaria saga partorita dalla penna di Anne Rice.
Possiamo affermare che, salvo rarissimi casi, il genere era rimasto invariato per secoli, classico sia per struttura narrativa che come percezione della figura del vampiro (malvagio e basta).
Poi, sul finire degli anni '70, tutto cambiò.
L'ormai cult "Intervista col vampiro" rivoluzionò in maniera coraggiosa e intelligente un genere che si trascinava stancamente da tempo, partorendo cloni su cloni del lavoro eccezionale di Stoker.
In verità, ciò che Anne Rice ideò convinse in breve tempo critica e pubblico perchè riuscì ad accorpare in un unica storia i dogmi per eccellenza della figura del vampiro assieme una certa innovazione.
Mostri, è vero. Assassini. Esseri maledetti. Ma anche protagonisti, predatori piuttosto che prede dei soliti eroi di turno. Questo erano i suoi dannati: vampiri tormentati dall'incessante trascorrere dei secoli, solitari, melanconici e tremendamente affascinanti.
Pareva, all'epoca, che il genere avrebbe finalmente vissuto una seconda giovinezza e, per un pò, fu davvero così. Continuavano, è vero, a uscire pochi libri sui vampiri, ma quei pochi, uniformatisi al nuovo standard della Rice, davano vita a storie il più delle volte, se non originali, quantomeno intriganti.
E allora, guardando a questo passato nemmeno troppo remoto, mi domando: come siamo giunti alla situazione attuale? Come mai, oggi, quando vediamo in libreria un romanzo del genere ci viene da dire senza un briciolo di curiosità "Ah, eccone un altro..."? Perchè i vampiri non solo hanno perso la loro attrattiva, ma anche la loro dignità agli occhi dei lettori?  
Poichè oggi ho come l'impressione che non appena nomini la parola "vampiro", sia tu scrittore, artista, spettatore o lettore, ti attiri una salva di occhiatacce da provare quasi vergogna.
E allora lo dico senza giri di parole: io scrivo di vampiri. Lo facevo da quando il termine suscitava ancora "rispetto", ammirazione e curiosità.
Perchè se una volta i pochi cloni si ispiravano prima sul modello letterario di Stoker, e poi della Rice, oggi il mercato è completamente invaso, saturo sino alla stremo di cloni volgarmente definiti "alla Twilight".
Ora, da signor nessuno quale sono io, non vorrei sembrare arrogante (non è assolutamente il caso), ma l'autrice di bestseller Stephenie Meyer, con la sua saga, ha involontariamente o meno dato vita a un'involuzione del genere di proporzioni difficilmente quantificabili.
E badate, lo dico con la massima umiltà, ma il solo fatto che oggi, nominando la parola "vampiro", al 90% delle persone venga in mente un adolescente con problemi esistenziali, capace di brillare(!!!) alla luce del sole, vale più di mille miei post in merito all'argomento.
Inutile dire che la "Twilight Saga" è stata (e continua ad essere) un successo strepitoso, il punto di riferimento moderno(!!!) per la figura del vampiro del nuovo millennio. E lo dicono i fatti, non io.
Con questo non voglio far intendere che la Meyer sia una non-scrittrice, una nullità, una persona orribile come molte volte pure ho letto/sentito dire. Il lavoro di chiunque deve sempre essere rispettato, a scapito dei gusti personali, e per poter criticare bisogna prima conoscere.
Anzi, mi azzardo a dire che, come romanzi rosa per ragazzi/e, quelli della Meyer sono anche piuttosto buoni.
Ed è proprio questo che, seguendo la scia, il profumo dei facili guadagni, hanno fatto altri autori emergenti: semplicemente la storia si è ripetuta, ma stavolta i cloni si sono rivelati non solo inadeguati, ma pure "poveri", edulcorati e politicamente corretti.
Le case editrici ci sono andate a nozze.
I mostri sono spariti. Il sangue è una traccia sbiadita. L'assassinio un tabù. Al meglio, negli scritti di oggi, troviamo le immancabili storie d'amore, e il sesso: spettacolare sesso tra vampiri, mirabolante sesso vampiri-umani, qualche volta perfino un nemico da sconfiggere, tanto per non farsi mancare nulla.
Non c'è più traccia della malvagità, della brutalità, del termine "maledetto" applicato alla natura del vampiro. In breve, i libri di vampiri contemporanei non trattano di vampiri, ma di individui presi dalla loro relazione sentimentale. La trama è questa. Non c'è altro.
Non sto dicendo nulla di nuovo. Forse ve ne rendete conto, o forse no.
Il classico non "tira" più. Il classico quasi non è nemmeno più "classico", ma un genere completamente a sè.

giovedì 9 gennaio 2014

Rondò: l'epilogo che apre la storia.

Quello di cominciare con un prologo che racchiude una buona del parte dell'epilogo, è una trovata ormai entrata a far parte dell'immaginario comune di noi lettori/spettatori.
E dunque non mi riferisco solo al mondo della letteratura, ma anche ai film.
Quando ho ideato la vicenda dietro "Le Memorie Oscure - Rondò" era mia intenzione produrre un'opera narrativamente lineare. Un inizio, una fine, niente salti temporali. Dal punto A al punto B.
Ovviamente avevo qualche idea "collaterale" niente male, qualcosa del tipo "Dieci anni prima" o "Sessant'anni prima": si sarebbe dovuto entrare nel dettaglio dell'ascesa (e discesa) sociale della famiglia von Hebelhost, quella del protagonista. Avevo condotto anche diverse ricerche storiche in merito, roba parecchio entusiasmante che si ricollegava ad alcuni avvenimenti sul finire del XVIII secolo, in particolare al regno del Terrore francese e la monarchia asburgica.
Magari un giorno, ripubblicazione permettendo, produrrò qualche capitolo in merito con la dicitura "Prologo alternativo", o una cosa del genere.
Tuttavia, Rondò doveva essere un'opera estremamente classica nella sua concezione narrativa, e integrare nella storia di Clemens, in maniera tanto invasiva, degli spostamenti temporali del genere, sarebbe risultato deleterio per il ritmo del romanzo.
Ciò no toglie che, almeno per come la vedo io, al giorno d'oggi il classico deve essere affiancato dall'innovazione, o meglio, da una certa concezione che il lettore possiede di "moderno".
Il prologo-epilogo è servito egregiamente allo scopo. Da principio è misterioso, per certi versi sconclusionato, pieno di rivelazioni che il lettore potrebbe dimenticare appena lette. Dà per scontati eventi di cui non sappiamo nulla, di cui non si comprende la portata. Eppure, capitolo dopo capitolo, il disegno comincia a prendere forma, sino a che, giunti al prologo, non ritroviamo quella sensazione quasi rasserenante di "ritorno a casa".
Non so voi, ma io trovo che "collegare i puntini" sia una delle sensazioni più appaganti in assoluto, per il lettore quanto per lo scrittore.

Ecco a voi il prologo completo de "Le Memorie Oscure - Rondò".


Rondò

Echi. Poi il silenzio.
Ogni suono è cessato. Ogni colore svanito. Ogni speranza perduta.
L’eclissi è qui.
Vedo la buia notte divenire giorno e le ombre allungarsi pari ad artigli di fiera lungo l’orizzonte.
V’è luce, una luce bianca, una luce quieta e fredda che m’annulla.
Improvvisamente riconosco l’arancio, l’arcobaleno di rossi e ramati, gli scoppi di ori e bronzi.
La luna… la luna è in fiamme… e io con essa.
Eppure non sento dolore mente la pallida pelle mia si sgretola, mentre lo sconforto lascia spazio alla desolante rassegnazione.
È la fine: lei è morta e io sto per raggiungerla.
Mi chino sul suo volto latteo, esanime, dolce ora come allora. La bacio un ultima volta. Le sue labbra sono fredde, morbide, immobili.
Lei, la mia adorata Helena, è tra le mie braccia, senza peso, senza vita.
Il mio mondo sta per collassare sulle stesse certezze che lo tennero saldo.
La mia grigia esistenza, irradiata dallo sfolgorio dell’ultima lacrima cristallina su quella gota femminea tanto adorata, manda un languido addio carico di sfavillanti promesse mai mantenute.
L’eclissi è allo zenit.
Ho fallito. Imperfetto come uomo. Inadeguato come mostro.
Non sono riuscito a salvarla. Non ho salvato me stesso.
Forse è sempre stata l’incapacità, il mio destino. Forse, dall’alto della mia arroganza e d’una presunzione tutta umana, non ho saputo cogliere la gioia che già possedevo. Forse… è questa la mia punizione.
La consapevolezza dell’annientamento è qui. Inquietudine è turbamento scivolano da questo cuore immobile. Resta solo tristezza, una melanconia degna delle immortali opere classiche che si riversa in mille e mille sprazzi di luce cocente e devastante direttamente sull’esile ed eterea figura della mia Helena.
Piango carezzandole i capelli biondi come il grano d’estate. Piango stringendola a me.
Sto per ricongiungermi a lei.
Vorrei crederlo, davvero vorrei. Che oltre ci sia qualcosa di migliore dopo tanta iniqua sofferenza, questo io vorrei credere. Che la mia ingenuità, la mia fede, il mio inutile sacrificio possa portare a una qualche arcaica e utopistica realtà ove il lieto fine esiste… ove il lieto fine esiste.
Ma qui e ora, laddove ogni cosa ha fine, non riesco a sognare né ad immaginare: temo di avere dimenticato come si fa.
Le gambe mi cedono. Cado in ginocchio aggrappandomi stretto alla mia fragile Helena.
C’è troppa luce, è ovunque, persino nelle tenebre.
Chiudo gli occhi ormai cechi mentre rosse lacrime sanguigne deturpano l’ultima misera vestigia di questa mia tormentata umanità.
E poi… a un passo dall’abisso… li sento, ed è splendido e spiazzante come fosse la prima volta: i flauti e le trombe e gli archi e le arpe in un crescendo grave e continuo sfociante nella violenza della tragedia.
È la musica, quella musica magica e potente che tuona fuori da questa sfarzosa dimora, oramai vuota e abitata da ombre; è la musica di quella sera incantata fatta di meravigliose scoperte, di emozioni prive di nome ma dall’anima sì nitida da poterle sfiorare che serpeggia lungo le file dei cipressi sfiorando l’erba umida dell’immenso giardino; si… io la ricordo perfettamente… alla mia Helena piacque molto, la commosse.
Quale ironia, quale amara e sbeffeggiante ironia.
Forse… forse, dopotutto, rimane ancora tempo, ancora un fugace istante per ricordare Wagner, quel maestoso Atto III… l’immortale “Tristano e Isotta”.
È questo che vuoi, mia cara Helena? Un ultima, dolce e melanconica memoria di noi?
Così sia dunque.
Poco rimane della mia carne sotto la venefica luce diurna sorta a mezzanotte. La mia essenza smania di librarsi da questo ammasso di carne incenerita e la mia coscienza anela null’altro che a te; ma così sia.
Un ultimo ballo, un ultimo sorriso, un ultimo pensiero felice a ciò che fummo e divenimmo.
Io muoio.
L’eclissi è qui.