sabato 23 settembre 2017

Fairfax & Coldwin: l'estratto del primo capitolo

Per celebrare il lancio di Fairfax & Coldwin, ecco a voi un succulento estratto dal primo capitolo.
Godetevi la lettura, e consigliatela ai fan delle atmosfere gotiche!

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La notte era in fiamme.
Affacciata dal parapetto del Westminster Bridge, Mina Sheridan osservava sgomenta Londra mentre bruciava.
Era il 24 febbraio 1809. 
Grida disperate e acuti trilli di campana venivano trasportati dal vento gelido, sovrastati dai battiti del cuore recalcitrante dell’atterrita spettatrice.
Gentiluomini e signore, monellacci di strada e mendicanti s’accalcavano indicando il caotico scenario all’orizzonte, alzando un vociare carico di orrore e curiosità.  
«Buon Dio.» disse qualcuno: «Ma è il Drury Lane! Guardate, è da lì che si alzano le fiamme!»
Per un attimo, uno soltanto, il respiro di Miss Sheridan le si mozzò in gola. Un velo di sudore le imperlò la fronte, proprio a contatto col feltro del cappellino. Rabbrividì, preda di un freddo che nemmeno il suo   abito di alta sartoria inglese avrebbe potuto prevenire.
Intanto le acque solitamente nere e dense del Tamigi continuavano a mandare accecanti bagliori a metà tra l’oro e l’arancio, come se su nel cielo stessero scoppiando sinuosi fuochi d’artificio.
Da quella prospettiva, non solo il teatro, ma tutta Covent Graden, l’intero West End pareva lambito dall’incendio, accerchiato da crepitanti lingue incandescenti il cui fulgore oscurava persino le stelle.
Era lo spettacolo più terribile che Mina avesse mai visto e, sui quarant’anni trascorsi, la vita non l’aveva certo lesinata in quanto a incubi e tragedie. Dunque tremava, rabbrividiva e pensava; la mente in subbuglio, gli occhi ipnotizzati da quell’affresco di morte, le idee che scavavano come un tarlo nel suo cervello.
Per alcuni brevi istanti, sorda al clamore della folla d’intorno, Miss Sheridan s’estraniò dal mondo. Si sforzò di prevedere la mossa successiva, ciò che sarebbe accaduto da lì a poco  . Nuovi scenari, numerosi, ma con un solo epilogo possibile: il suo. 
«Loro sono qui.» pronunciò a voce alta rianimandosi da quella sorta di torpore. 
Le fiamme alte e distanti, divampanti, sembrarono bruciarle negli occhi in maniera stranamente realistica.
I tremori cessarono. I brividi s’estinsero. Il terrore venne soverchiato dal più puro e primordiale istinto di autoconservazione.
«Madame, vi sentite ben…» quasi sbalzato all’aria dall’improvvisa irruenza della donna, il gentiluomo caracollò contro la folla assiepatasi, sinceramente stupito dalla villania dello spintone e ancor più irritato dalle scuse che non arrivarono mai.
Mina era fuggita senza voltarsi. La calca s’era richiusa alle sue spalle.

***

Correva, Miss Sheridan, correva nemmeno lo stesso demonio fosse sulle sue stracce.
Si lasciò il ponte alle spalle assieme alla luce calorifera dell’incendio, procedendo a perdifiato, gettando di tanto un tanto un’occhiata alla via già percorsa.
Abbandonate le strade più popolose e illuminate della City, in fermento pure a quell’ora tarda, s’insinuò in un dedalo di vicoletti spogli e lerci, bui e desolati, ove l’eco dei tacchi sul selciato si spandeva assordante.
Infine, quando il corsetto cominciò a dolerle seriamente, e i seni sottostanti a contrarsi non meno dei polmoni allo stremo, la donna s’abbandonò pesantemente con la schiena contro una parete, al centro esatto d’un fatiscente crocevia rischiarato appena dalla bianca luce lunare. 
Per un tempo che parve tediosamente vicino all’infinito, Mina si limitò a respirare avidamente. Avviluppata dal silenzio, persino quell’innocuo e semplice atto pareva produrre il più inopportuno dei baccani.
Ma ormai non aveva più importanza: se la stavano seguendo, e lo stavano facendo, lei lo sapeva per certo, avrebbero sentito il battito concitato del suo cuore prim’ancora di scorgerla.
Non v’era via di fuga né ritorno, se non nella sopravvivenza.
E quasi a conferma di tali fatalistici propositi, un bagliore accecò brevemente la donna assumendo forma.
Vomitato dalle ombre circostanti, un brutto ceffo in abiti laceri, orrendamente ghignante del suo peggior sorriso di denti guasti, armato d’un coltellaccio a serramanico, si fece avanti felicemente sorpreso.
«Guarda guarda cosa mi regala la fortuna.» ridacchiò in maniera viscida leccandosi il palmo della mano libera, passandoselo sui capelli luridi e incolti: «Buona sera, bella signora. Siete qui per portare conforto al povero Tom?» domandò indicando sé stesso, immergendo gli occhietti avidi da ratto nel decolleté ansimante, risalendo sino alle labbra carnose, lungo il volto maturo della donna che a scapito della stanchezza rimaneva ancora desiderabile. 
Dapprima titubante, l’espressione di Mina, contrariamente alla tutt’altro che auspicabile situazione, divenne annoiata, quasi seccata, accendendole in viso una sorta di raggelante determinazione.
«Vattene, povero bastardo!» disse in maniera grave: «Questa notte non è per te. Vattene se t’è cara quella miserabile cosa che chiami “vita”.»
Per tutta risposta, il ratto umano squittì divertito massaggiandosi il cavallo rigonfio dei calzoni, passando la lingua sulla lama del coltellaccio: «Questa è nuova! Di solito le gallinelle come te strepitano e piangono, almeno all’inizio.» scoppiò in un nuovo riso malevolo. 
Ignorante alla reale gravità degli eventi, e incurante dell’avvertimento, il “povero Tom” avanzò imperterrito sinché, a pochi passi dalla vittima, comprese sciaguratamente bene che i ruoli, in realtà, erano stati male assegnati. 
Un’ombra planò dai tetti sovrastanti, veloce come un’entità viva e altrettanto tangibile. Descrisse una traiettoria obliqua, assai precisa, e dove fino a un attimo prima c’era stata la giugulare del ceffo libidinoso, l’attimo dopo sorgevano tre profondi tagli trasversali, incisi in profondità nella carne morbida come da spessi rasoi. 
Sconcertato, ammutolito dal proprio sangue quanto dalla rapidità degli eventi, il miserabile cadde pesantemente al suolo spirando a occhi aperti, cinto da una dilagante pozza rossastra.
Alle sue spalle, una figura agghindata con farfallino, gilè e marsina inamidata, stava tesa cautamente in avanti succhiando il denso sangue colante dalle proprie dita affusolate.
«Miss Sheridan, che incomparabile piacere è quello di fare finalmente la vostra conoscenza.» s’alzò una voce dalle tenebre, una voce ben modulata, elegante, sebbene minata da una certa ampollosità. Ed era una terza voce, poiché il singolare gentiluomo dagli artigli macchiati di rosso stava ancora erto e silente.
Poi, quando un secondo farfallino fece capolino dall’oscurità rivelando un individuo agghindato esattamente come l’altro, nemmeno fossero reduci da una serata all’Opèra, Mina si schiacciò ancor più contro il muro.
«Mostratevi!» esclamò la donna: «Voglio vedervi in volto. Voglio sapere chi hanno mandato.»
Allorché, mossisi all’unisono, gli indesiderati salvatori si portarono in una porzione di vicolo ben illuminata, mostrandosi nella loro diabolica interezza.
«Siete soddisfatta, Miss Sheridan? In tutta onestà, per quanto possibile, cerchiamo sempre di esaudire l’ultimo desidero di un moribondo.» parlò l’uomo di prima, diametralmente opposto al compagno di spalle: «Non è vero, signor Coldwin?»
«Spero di no, signor Fairfax.» rispose stoicamente quelli con voce profonda, senza degnarlo d’uno sguardo.
L’espressione del signor Coldwin pareva profondamente distaccata, annoiata, talmente impassibile che nemmeno il ritmico ticchettio delle gocce di sangue che gli colavano dalle unghie riusciva a turbarlo. Era alto più di sei piedi, e il suo fisico dalle spalle ampie appariva muscoloso e imponente. Possedeva capelli biondissimi, occhi azzurri e iridescenti, e un volto rude, rasato, estremamente attraente, che richiamava alla mente un qualche genere di barbara razza nordica.
Il signor Fairfax, al contrario, di qualche anno più maturo, nonostante non potesse vantare una tale prestanza, né una medesima stazza, spiccava grazie a un volto astuto e sinistro. Esso, cinto da impeccabili favoriti corvini, curati secondo la moda del tempo, emanava un erroneo sentore di comprensione e bontà, in netto disaccordo cogli occhi: brillanti pari a monete di rame, gravidi di riflessi arcigni e sinceramente malvagi. 
Non che tale figuro apparisse sgradevole, tutt’altro! Possedeva tuttavia una beltà fuori del comune, quella rara eleganza, riserbatezza e contegno che il più delle volte la si poteva trovare unicamente racchiusa in una cornice di bronzo, impressa su di un qualche ritratto nobiliare.  
«Sapete, signor Coldwin, talvolta m’interrogo insistentemente sulla capacità di discernimento della mente umana. E voi?» domandò il signor Fairfax.
«No.» rispose seccamente quelli, ora fisso con lo sguardo sulla donna.
«Ad ogni modo…» continuò imperterrito: «se voi foste braccato da esseri tali a noi, cosa fareste?»
«Li ucciderei.»
«Oh avete ragione, signor Coldwin, ma io intendevo: “se foste umano” e veniste braccato da esseri come noi.»
Il signor Coldwin non rispose. 
Profondamente contrariato, il signor Fairfax sospirò: «Ciò che sto tentando di far comprendere al vostro inoperoso cervello, signor Coldwin, è che, nel dato caso da noi supposto, entrare in un vicolo buio, vuoto e al riparo da sguardi indiscreti, non sarebbe la più saggia delle decisioni. Non credete? E non affrettatevi a rispondere: è una domanda retorica.» agitò una mano camminando su e giù, scrutando Mina con espressione intrigata.
Guardati da quella posizione, i due uomini parevano proprio animali: un lupo e una faina, o un mastino e una volpe.
«A meno che…» suggerì a un tratto il signor Coldwin.
A quelle parole il signor Fairfax si fermò. Il suo sguardo iridescente, brillante pure nel buio come quello di un gufo, s’assottigliò predatorio. Piegò il capo a un palmo dal viso cereo della donna, inspirò a singhiozzo allargando le narici, scostandosi a seguito molto cautamente.
«A meno che… cosa, signor Coldwin?»
«A meno che la femmina non avesse il nostro stesso interesse a non attirare l’attenzione dei mortali.»
Folgorato dall’epifania, il signor Fairfax ruggì a pieni polmoni mandando un verso che di umano non possedeva alcunché, simile a quello di una belva incattivita: «Miss Sheridan, voi…»
Il restante gli morì in gola.

Serrata la mascella, acuiti i sensi e innalzata una silente lode alla regina Mab, madre e sorella di tutte loro, Mina stese le mani in avanti sprigionando dai palmi una potenza devastante e invisibile. Essa scagliò i due uomini lontano da lei, impattandoli duramente contro le pareti viscide di rugiada.
Approfittando della sorpresa, e per nulla rincuorata dal cristallino suono delle loro ossa fratturate, Miss Sheridan s’alzò la gonna a balze estraendo un pugnale dalla giarrettiera, avventandosi al petto del signor Fairfax.
Questi, intuita la mossa, bloccò il polso di lei a un palmo dall’affondo nel cuore: «Non avete la forza necessaria a ferirmi, Miss Sheridan.» ringhiò tra i canini allontanando il pugnale superbamente istoriato dalla sua preziosa persona, soltanto per vedersi nuovamente ostacolato dal braccio inamovibile della donna, inumanamente marmoreo.
«Arrogante dannato, la tua razza è così povera di meraviglie!» lo canzonò lei salmodiando parole raschianti prive di significato, arroventando la lama del pugnale, ora d’una cupa tonalità arancione. 
Due mani possenti dalle dita ossute sopraggiunsero strappando Mina alla sua preda, cingendola per la vita, sbalzandola in terra.
Ad una velocità prodigiosa, il signor Fairfax si sottrasse al  pericolo  . Al contrario, il signor Coldwin rimase a fronteggiare la donna infliggendole una fulminea artigliata, mandando in brandelli il grazioso copricapo con la veletta.
Scivolata prontamente sotto il colpo, Miss Sheridan stese nuovamente i palmi in direzione delle due creature pronte a calare su di lei come falchi in picchiata. Li colse all’addome, entrambi, ma stavolta con ardenti lingue di fuoco verdastro, sinuose pari a tentacoli.
La litania della donna crebbe d’intensità. Le parole echeggianti rinvigorirono le fiamme sovrastando i ruggiti d’ira e sofferenza dei due sicari intrappolati, consumati nelle carni.
E poi… Poi tutto cessò. All’improvviso.
Il signor Fairfax e il signor Coldwin caddero da considerevole altezza con un tonfo sordo, orrendamente sfigurati e ustionati.
Incredula, cogli occhi sbarrati e un crescente malessere interiore, Miss Sheridan abbandonò le braccia ai fianchi, chinò lo sguardo sul proprio ventre e lo vide: un dardo di balestra.
«Un maledetto… dardo di balestra…» rise per lo sconforto, rise portandosi una mano al tessuto già madido del corsetto, rise fissando la macchia rossa spandersi senza freno: «Wilhelmina Sheridan… uccisa da un… maledetto…»
Il sangue la soffocò. La stanchezza l’avvolse.
Cadde. Cadde e non si rialzò mai più.




martedì 19 settembre 2017

Fairfax & Coldwin: il ritorno del grande romanzo gotico!

“Consentitemi di essere esplicito sin dall’inizio: non credo che vi piacerò. I signori proveranno invidia e le signore disgusto. Non vi piacerò affatto! Non vi piacerò ora e vi piacerò ancor meno in seguito. Io sono pronto a tutto! In ogni momento! Che sia merito o demerito, questo ora è difficile da dire. Tuttavia, è certo che sono un libertino! […]”



Cominciava così l’accattivante monologo di John Wilmot, secondo conte di Rochester, per bocca dell’attore Johnny Depp, nel film The Libertine (2004). Una mossa squisitamente provocatoria dato che, paradossalmente, quelle parole sortivano esattamente l’effetto contrario, suscitando immediata simpatia verso un individuo ben poco piacevole, almeno superficialmente.

Fairfax e Coldwin, protagonisti dell’omonimo romanzo di cui vi parlerò oggi, possono dirsi partoriti dalla medesima idea di base.

Chi sono questi due distinti gentiluomini? Cosa vogliono? E fin dove sarebbero pronti a spingersi pur di ottenerlo?

Spericolati avventurieri, inseparabili soci d’affari, feroci assassini, rivali in amore e molto altro ancora. Ma non amici. Mai.

Fairfax e Coldwin rappresentano l’incarnazione dell’amoralità, di un libertinaggio assai più torbido dell’usuale declinazione sessuale riservata al termine.

Esseri astuti, subdoli e maligni, che si fanno forti delle debolezze altrui e che godono della loro condizione di superiorità. Si prendono sfrontatamente gioco della società civilizzata, dimostrando una prepotenza inaudita, mascherando il tutto con un affilato sorriso di falsa benevolenza. Il solo dio che servono è il riflesso di sé stessi; la sola religione che professano quella della violenza, e del sangue.

Ogni loro azione è votata all’interesse personale; ogni loro decisione maturata sulla base di un possibile vantaggio, immediato o futuro.

L’empatia è un concetto estraneo alle loro coscienze sopite, narcotizzate dall’oppio dei vizi e dalle più basse pulsioni dell’animo umano.

Pari a implacabili predatori notturni, si aggirano per un mondo di tenebra, spesso abitato da mostri addirittura peggiori di loro, dominato da tiranni, fanatici e voltagabbana.


Ci troviamo nei primi anni dell’Ottocento, e l’Europa è stretta nella morsa del conquistatore Bonaparte.

Gli ideali della Rivoluzione sembrano essersi smarriti, e persino l’Illuminismo, elevato ad aulico argomento di conversazione per borghesi annoiati, pare aver lasciato le sponde del Vecchio Continente per emigrare nel Nuovo Mondo.

È questo un secolo di grandi cambiamenti sociali e culturali, di belle promesse e avveniristiche invenzioni, eppur tuttavia, al suo inizio, non si presenta granché bene, o almeno così devono pensare i signori Fairfax e Coldwin. Del resto, all’ombra della Storia, essi hanno assistito a un ciclo di vita e morte senza precedenti, arrivando a far propria la dottrina della disillusione. Ma non c’è cinismo che tenga davanti alla prospettiva del rinnovamento, così, come tanti prima e dopo di loro, gli affettati gentiluomini scelgono di emigrare nelle Americhe, il Paese dalle mille opportunità.

Un proposito così innocuo, così innocente nella sua ingenua concezione che farete fatica a credere a quali e quante calamità esso porterà.

Dallo splendore delle corti aristocratiche britanniche alla decadenza della Repubblica francese: a metà strada tra I fratelli Corsi di Alexandre Dumas e Le Cronache dei Vampiri di Anne Rice, quella di Fairfax & Coldwin è un’epopea di odio, vendetta e crudeltà che non dimenticherete tanto facilmente!







lunedì 18 settembre 2017

Fairfax & Coldwin

"L’odio li aveva uniti, e l’odio continuava a tenerli uniti. Non era la necessità, non era la fiducia né la fedeltà, tantomeno l’amicizia. Ma puro, incontaminato e primordiale odio reciproco."

Primi anni dell’Ottocento. Le Guerre Napoleoniche stringono l’Europa in una morsa opprimente, generando miseria e povertà. Fairfax e Coldwin, feroci vampiri con indosso la pelle di insospettabili gentiluomini, imperversano per le strade di Londra commettendo atrocità di ogni sorta, impazienti di abbandonare il Vecchio Continente per cominciare una nuova non-vita nelle Americhe. Ma attraversare l’oceano costa caro, e il prezzo pattuito prevede il rapimento di una misteriosa bambina, celata nei recessi della Francia bonapartista.
Antichi rancori, tradimenti, duelli all’ultimo sangue e fughe rocambolesche: presto le due empie creature della notte si ritroveranno invischiate in una fitta rete di intrighi, intrappolate tra le spire del loro scomodo passato.

“Fairfax & Coldwin”, segna il ritorno di un XIX secolo più gotico che mai, cupo e grottesco, traboccante di subdoli personaggi e inquietanti rivelazioni.
Abbassate le luci. Mettetevi comodi. Il viaggio ha inizio.


Disponibile dal 20 settembre su tutti gli store di ebook e in cartaceo su Amazon!

mercoledì 15 febbraio 2017

Il vampiro: feroce assassino o amante passionale?

Quest’oggi torno a parlare di vampiri ma, a differenza del solito, voglio farlo in maniera più provocatoria, mettendo da parte il buonismo, o la diplomazia, se preferite, dello scrittore chiamato ad accontentare un po’ tutti, a favore del sano “fanboysmo” da lettore di genere.
Probabilmente mi attirerò le ire di qualcuno, e altri addirittura si sentiranno attaccati personalmente, ma non m’importa, non stavolta. In questa occasione voglio stimolare la discussione, anche accesa (ma sempre rispettosa), tra le diverse scuole di pensiero, chiamiamole pure così, che fanno del vampiro una creatura tanto amata e odiata allo stesso tempo.


Cominciamo



Lo spunto da cui è nato questo articolo che vi apprestate a leggere è scaturito da un sondaggio lanciato qualche settimana fa sul mio profilo autore in quel di Facebook, e suonava pressappoco come il titolo in cima alla pagina.
Ho invitato i miei followers a dire la loro, possibilmente argomentando, in un clima di assoluta tranquillità, e i risultati mi hanno in parte sorpreso.
La risposta che va per la maggiore è: perché non entrambi?
A quanto pare il vampiro può essere sia un feroce assassino che un amante passionale.
Ma sarà davvero così?
Parliamone.

Tralasciando l’origine medioevale e folkloristica del “dannato” (interessantissima, ma fuori tema in questa sede), e superati quindi i Secoli Bui, è innegabile che alla figura del vampiro siano sempre stati attribuiti connotati spiccatamente sessuali.
Al vampiro non interessa più offrire la saggezza all’Uomo, corrompere la sua anima col sapere proibito o con la promessa della vita eterna; al contrario, mira a condurlo nell’oscurità grazie alla sola libertà, una libertà totale. E quale forma più pura di libertà esiste al mondo se non quella di poter appagare senza remore i propri istinti carnali?
Bisogna considerare, ovviamente, l’epoca in cui tale evoluzione, o interpretazione, avvenne: il XIX secolo, quell’Ottocento carico di contraddizioni, sociali e morali, in cui la scienza pareva sul punto di distruggere tutti i dogmi che la religione aveva imposto sino ad allora.
Arte e letteratura abbandonavano gradualmente i rigidi modelli classici, dando scandalo per temi e soggetti.
Ed è qui, nell’anno 1872, che nacque il “vampiro moderno”, un prototipo raffinato rispetto al capostipite di John William Polidori da cui tutti, in una maniera o nell’altra, avrebbero attinto per raccontare la loro personale visione del mostro gotico.
Carmilla, racconto partorito dalla penna dell’irlandese Joseph Sheridan Le Fanu, fu straordinariamente audace, immorale e finanche sconcio, e riuscì a indignare una larghissima parte di pubblico. Tra le sue pagine non solo dimorava una creatura dedita all’inganno e all’omicidio, ma tale abominio possedeva addirittura l’aspetto di una donna, una fanciulla dalle inclinazioni al limite del saffico.
Straordinario.
Ho voluto sottolinearlo perché non è affatto vero, dunque, che la piega erotica intrapresa dalle storie di genere è cominciata solo nell’ultimo decennio.
Da quando il vampiro è entrato nell’immaginario collettivo, fascino e sensualità lo hanno sempre accompagnato, procedendo di pari passo all’intrinseca malvagità del personaggio.
Poi qualcosa è cambiato. L’equilibrio si è spezzato.
Il mostro, l’antagonista, è diventato antieroe, e l’antieroe si è trasformato in eroe, fin quasi a ricoprire il ruolo di vittima (vittima di emozioni, di sensazioni, sensi di colpa, ecc).


Ora, la mia domanda è: dov’è finito l’equilibrio di cui parlano molti lettori di genere?

POLEMICA: MODE ON!

Perché molte risposte al sondaggio di cui sopra riportavano invece opinioni del tipo: Chi? I vampiri? Ah, io li odio! Coglioni montanti che pensano solo a scopare! Oppure: Checche isteriche che vanno dietro alle ragazzine e hanno paura di uccidere!
Sarà un problema della mia percezione, ma dove mi giro giro, a parte infinitesimali eccezioni, io vedo solo bestseller di tormentati vampiri (adolescenti o meno) alle prese con triangoli amorosi e sesso sfrenato.
Improvvisamente l’erotismo (o lo stucchevole romanticismo) ha smesso di essere un contorno, un tratto tra mille, ed è diventato l’unico e solo aspetto da tenere in considerazione.

Leggo di imponenti comunicati stampa su nuove uscite di genere, di grandi editori (stranieri e non) che definiscono il loro romanzo di punta come “horror degno di Stephen King” o “abbiamo tra noi l’erede di Anne Rice”, e alla fine non sono altro che puri romanzi rosa di bassa lega, in cui la trama è asservita alle sequenze di sesso esplicito, e al vampiro (spogliato di tutto ciò che lo rendeva tale) potrebbe essere sostituita una qualsiasi creatura di fantasia senza il minimo danno.
Questi titoli, simili tra loro in maniera stupefacente, vengono puntualmente acclamati da pubblico e critica, lo stesso pubblico che si dice stanco dei ragazzini dai denti a punta e la stessa critica che domanda a gran voce una boccata di aria fresca nel panorama moderno di genere.
Viva la coerenza, eh?

Da un decennio a questa parte siamo stati letteralmente invasi da uno sciame di “young adult” e “urban fantasy” che se fossero usciti negli anni Novanta sarebbero stati etichettati al massimo sotto “romance” ed “erotici”. E no, non sono a priori contro questi generi: sono contro la piega che i vampiri, da sempre creature gotiche nell’accezione più elevata del termine, hanno assunto a causa dei suddetti.

Siamo arrivati, forse ve ne rendete conto o forse no, a una situazione in cui scrivere o leggere di vampiri violenti e cattivi “fa strano forte!”.
È il paradosso definitivo, uno scenario in cui il lettore di genere affezionato, quello che ancora si ricorda dei dannati “pre-Twilight”, al solo sentire la parola “vampiro” storce il naso. Non ci crede neppure per un momento che sul mercato possa essere uscito qualcosa di diverso. È rassegnato, e disilluso, e niente può ormai fargli cambiare idea.
E mi ci metto anch’io nella categoria! Bando alle ipocrisie!

Per cui, senza peli sulla lingua, dico una volta e per tutte: che ci trovate di affascinante in un mostro che non si comporta da mostro? Come fate a sopportare il solo pensiero di un secolare essere omicida che se ne va in giro a bere il sangue degli animali perché rispettoso della vita umana? Come tollerate l’esacerbata fragilità emotiva di una creatura immortale che nella sua eternità può aver assistito a tutto e al contrario di tutto?
Cosa fareste voi se possedeste la libertà di un vampiro? Davvero ve ne andreste in giro a fare i boy scout? Davvero?!


Ho idea che i fan dei dannati siano rimasti una minoranza, una nicchia, oggi come in passato, i fan “veri” (mi perdonerete un’espressione così elitaria), quelli a cui importa davvero di questa figura leggendaria, quelli a cui interessano le sfumature morali piuttosto che le 50 di grigio.
E se pensate che stia generalizzando eccessivamente… forse avete ragione, ma diavolo, sono stanco di questo panorama! Ogni anno mi vengono a dire che cambierà, che le cose si stanno assestando, che la moda sta passando, si sta ridimensionando, ma non è vero. Non è affatto vero.

Ma ditemi di voi, ora.
Da che parte state?
Feroce assassino o amante passionale?
Siate onesti: quando leggete (o sentite) la parola “vampiro”, cosa vi viene in mente per prima?
Cosa pensate che venga in mente a tutti gli altri?
Almeno una di queste domande, converrete con me, suona amaramente retorica…




lunedì 24 ottobre 2016

Parlando di vampiri, cacciatrici e sogni nel cassetto: l'intervista a cura di Book Is Life!

Ecco a voi un'altra gustosa intervista, stavolta offertavi dal blog Book Is Life!
Si parla un po' del mio essere scrittore, dei miei romanzi (presenti e futuri) e ovviamente di quel pazzo scalmanato del vampiro Nik.

Buona lettura!


1. Ciao Alessio inizio con il domandarti chi è Alessio Filisdeo “persona” e non “autore”?

Al di là del mio essere autore, credo di potermi definire una persona simile a molte altre. Ho i miei sogni nel cassetto, le mie ambizioni e le mie preoccupazioni.
Cerco di destreggiarmi come posso tra la passione per la scrittura e alcuni lavoretti che mi permettano nel concreto di tirare avanti. Mi impegno sempre al meglio delle mie capacità e, quando qualcosa non va per il verso giusto, preferisco prenderla con ironia, o filosofia, per così dire, piuttosto che infuriarmi.
Sono anche un voracissimo lettore, un grande fan del Cinema e un discreto giocatore di videogames.

2. Quando è nata la tua passione per la scrittura? Hai altri sogni nel cassetto?

Penso di essermi avvicinato alla scrittura quando aveva circa quattordici anni, cominciando a impegnarmi nel concreto verso i sedici. Allora, come tanti altri autori e autrici, scrivevo per me stesso: classicissime storie fantasy, o ben più eccentrici racconti a base di supereroi e supercattivi.
I miei genitori erano in uso a regalarmi un libro a ogni compleanno, e se da bambino la cosa poteva risultare frustrante, crescendo mi sono reso conto di quanto questo abbia influito sul mio amore per la narrativa.
Il mio sogno nel cassetto è semplicemente quello di continuare a scrivere, magari a tempo pieno. Raccontare storie, metterle su carta, mi rende realmente felice, e penso sia magnifico potersi impegnare in un lavoro che ci fa alzare tutte le mattine col sorriso sulle labbra.

3. Com’è nata l’idea di questo romanzo? Descrivici in poche righe la tua visione di due dei suoi personaggi, cioè Nik e la Cacciatrice.

Il risveglio della Cacciatrice è un romanzo di genere Urban Fantasy a base di dannati, pupe e pallottole. L’idea era di capovolgere alcuni stereotipi, di prenderli in giro, e di giocare con essi così come avevo già fatto in parte in Una notte di ordinaria follia e Le follie del vampiro Nik.
Ci sono elementi splatter, horror e mystery, il tutto condito da una costante (auto)ironia nerissima e un senso del grottesco.
I due protagonisti rispecchiano appieno questi elementi.
Nik è un vampiro completamente pazzo, una sorta di psicopatico megalomane dal grilletto facile privo persino del più basilare concetto di moralità. È un non morto figlio degli anni Ottanta che si gode la sua immortalità incurante del prossimo, delle regole e della società che lo circonda.
Amanda Prince è, al contrario, una giovane cacciatrice dell’Ordine Templare, una vera e propria ammazzavampiri di professione. Ha alle spalle un passato non sempre piacevole, e davanti un futuro quanto mai problematico. A una prima occhiata potrebbe sembrare cinica ed esageratamente irriverente, ma sotto sotto possiede un animo romantico, quella scintilla di speranza che nonostante il mestiere che si è scelto (sempre che non sia stato il mestiere a scegliere lei) continua ad ardere in lei.
Entrambi questi personaggi, diametralmente opposti, rappresentano a modo loro le facce di una stessa medaglia, e più la storia si dipana più le differenze cominciano a farsi labili.
Del resto chi l’ha detto che deve essere sempre l’eroe positivo a redimere il cattivo? E se, per una volta, fosse il cattivo a convertire l’eroe? Sempre che si abbia piena coscienza di chi sia realmente chi…


Continua qui su Book Is Life!

venerdì 16 settembre 2016

Il risveglio della Cacciatrice: un dietro le quinte con l'intervista a cura del blog Ramingo!

Desiderate conoscere qualche retroscena sulla stesura de Il risveglio della Cacciatrice? Allora ecco per voi l'intervista rilasciata agli amici del blog Ramingo!


Buona lettura! 


1. Pugni, pupe e morsi sul collo. Nik è alla sua terza avventura ma… che ne diresti di raccontarci come è nato questo personaggio?

Nik è un personaggio parecchio strano e, come per tutte le stranezze letterarie, è nato quasi per caso, in maniera affatto calcolata.
Per molti anni, mentre scrivevo di altri vampiri “seri”, più classici, spesso si affacciava alla mia mente l’idea di questo dannato pronto a sbeffeggiare e ribaltare gli stereotipi del genere.
Era una figura nell’ombra, non completamente formata, ma che premeva costantemente per uscire allo scoperto, per dire la sua, per urlare al mondo: «Sì, sono un non morto, e me la godo!»

Un giorno, lo ricordo perfettamente, leggevo il romanzo fantascientifico All You Need Is Kill, di Hiroshi Sakurazaka, e rimasi affascinato da quel tipo narrazione in prima persona molto serrata, dove i pensieri del protagonista spaziavano in lungo e in largo, conservando il loro brio anche nei momenti più drammatici e deprimenti. Tutto questo grazie a uno humor nero di prima categoria.
Da lì, principalmente, nacque il tono che avrebbero avuto le grottesche avventure di Nikolai Rasputin.

2. Quindi Nik questa volta avrà pane per i suoi denti, anzi, lame. Raccontaci qualcosa di Amanda.

Quello di Amanda è un personaggio parecchio stratificato che io stesso, in alcuni frangenti, ho faticato a comprendere fino in fondo.

Volevo inizialmente calare il lettore nei panni di una cacciatrice di vampiri esperta, una di quelle macchine da guerra senza sentimenti, inarrestabile e invincibile. Insomma, il meglio del meglio in fatto di disinfestazione sovrannaturale. Poi, prendendomi del tempo, ho realizzato che una figura del genere non avrebbe avuto molto da dire, o comunque non abbastanza da differenziarla da mille altre simili, se guardiamo al genere di riferimento.
No, doveva in un certo qual modo essere simile a Nik: doveva essere una perdente.
Perché infondo Amanda è un’umana con tantissimi vizi e altrettante debolezze, che maschera la sua inadeguatezza, e soprattutto la sua sensibilità, dietro una facciata di finto cinismo, aiutandosi con una buona dose di impertinenza e autoironia.
Lei non è la migliore, non lo è neppure alla lontana: è solo una delle tante, un nome, uno strumento, una lama tra mille altre. O almeno questo le ha insegnato il mondo.

Incontrare il vampiro Nik la metterà nella scomoda posizione di dover rivalutare convinzioni e preconcetti che dava ormai per scontati.

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giovedì 15 settembre 2016

Il risveglio della Cacciatrice: prologo completo!

Per festeggiare il lancio de Il risveglio della Cacciatrice, ecco a voi un piccolo assaggio!
Godetevi il prologo completo di questa folle avventura a base di vampiri, proiettili, antiche profezie e tanto, tantissimo sangue!

Buon divertimento! 
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Ho imparato tre cose sul suo conto: si chiama Amanda, è una cacciatrice e paga sempre in contanti.
La prima è inutile, forse addirittura falsa; la seconda serve a mantenermi in vita, con la guardia alzata; la terza è l’unica che importa davvero.
Ad ogni modo, non è una tipa che passa inosservata, almeno non da queste parti. Hell’s Kitchen non è Broadway, e i derelitti alcolizzati che frequentano questo piscio di pub sono abituati a vedere un paio di belle chiappe sode solo sul fondo di un buon bicchiere.
Perché il fatto è che Amanda ha un culo da oscar.
Le tette non sono particolarmente grandi, anzi, sono appena passabili a dirla tutta, ma il culo… sembra scolpito nel marmo. Ha una forma perfetta, da prendere a piene mani e sollevare di peso, non so se rendo l’idea.
Non che ci proverei mai: ho imparato tanto tempo fa a capire cosa guardare e cosa toccare.
Amanda non è da toccare, e nemmeno da guardare, se gli gira male.
Quando l’ho vista arrivare sul suo mostro americano a due ruote ho sentito subito puzza di guai. Non che di solito venga a portare la buona novella, cazzo, proprio no, ma stasera tirava già una brutta aria prima che il rombo della sua Harley Davidson facesse vibrare i vetri del mio locale.
E così eccola là, Amanda. Parcheggia proprio sul marciapiede davanti al locale, mette un piede sull’asfalto e si sfila il casco con tanto di occhialoni da aviatore. Deve fare un caldo maledetto, e ringrazio Dio o chi per lui per essere già morto e non poter sudare come un maiale, perché da come è vestita giurerei di trovarmi a Miami Beach piuttosto che a New York.
Mi fa un cenno dalla porta a vetri, nemmeno fossimo vecchi amici. Si accende una sigaretta col suo fottuto zippo d’oro massiccio che sa tanto di cimelio di famiglia ed entra vomitandomi fumo dappertutto, persino sull’insegna luminosa che recita: NON FUMARE.
E io che pensavo che al giorno d’oggi sapessero leggere tutti…
«Come va, Sparky?»
Odio quando mi chiama così. Mi fa sentire una cazzo di mascotte.
«Andava bene, fino a un attimo fa.» borbotto.
Lei mi sorride a mezza bocca, abituata alla cortesia della casa: «Portami un Old Fashioned.»
«Sissignora.»
Johnny Gatt, due sgabelli più in là, si sporge sul bancone di legno squadrandola dall’alto in basso, soffermandosi soprattutto sugli shorts di jeans e i collant neri elasticizzati, strappati qua e là.
Dicono sia la moda. Per me è solo merda che copre due gambe fantastiche. Ma infondo che ne posso mai sapere io di moda. Sono quasi dieci anni che porto le stesse mutande.
«Te lo offro io questo giro, zuccherino.»
«Sta zitto Gatt.» lo avverto per il suo bene, ma gli occhioni scuri da cerbiatta di Amanda lo hanno già inquadrato. Finirà molto male, me lo sento: «Lascialo perdere. È nuovo di queste parte. Non ti conosce.» le spiego, portandole il drink.
Mi fissa, e io fisso lei. Spegne il mozzicone sul tovagliolo. Beve. I suoi muscoli sono tesi. Brutto segno.
«Allora, che ti serve stavolta?» domando cercando di sviare la sua attenzione ed evitare rogne con l’assicurazione.
«Informazioni. Tutto quello che sai sul conto di questo tizio.» mi allunga un foglietto scarabocchiato.
Lo prendo: «Dal nome sembrerebbe un coglione.» leggo: «E poi manca una “c”.»
«No, credo sia un diminutivo.»
Mi si accende una lampadina nel cervello, una di quelle industriali a ultravioletti, talmente luminosa che preferiresti tornare a spegnerla. Amanda se ne accorge.

VAMPIRO NIK

«Comincia a parlare.» estrae due centoni dalla t-shirt smanicata e sformata, talmente larga che riesco a vedere il reggiseno col poco che contiene.
I soldi mi sciolgono la lingua. A parte il sangue, sono quelli che mi fanno tirare avanti, proprio come un povero diavolo qualsiasi.
«Forse so chi è. Nikolai Rasputin. Così si chiama.»
«Dettagli, per favore.»
«Dettagli? Quello è un pazzo sciroccato: chiaro e semplice. Uno che sarebbe capace di cantare l’inno nazionale russo sulle note di The Star-Spangled Banner.»
«Lo conosci personalmente?»
«No, ma ho sentito un sacco di voci e… Beh, quel figlio di puttana è il Male, ma non il Male stile Satana, demoni o cose così. Lui è il Male da film horror di serie B, quello in cui ci sono adolescenti che scopano e gente che crepa senza un vero motivo. In quegli stupidi film, per quanto ci provi, il Male alla fine trova sempre il modo di tornare, e così è Rasputin: quello ritorna sempre.»
«Continua, Sparky. L’inizio non è male.»
«Secondo molti c’è lui dietro il colpo del 1999 al caveau delle Parrish Industries.»
«Intendi quel casino della Allied Bank of America?»
«Proprio quello.» confermo: «È coinvolto in una dozzina di assalti armati su e giù per la East Coast. Ha taglie a sei zeri da qui a New Orleans, e se ne va in giro a fare il cazzo che gli pare senza rispettare nemmeno la più basilare delle Tradizioni.»
«In pratica non gliene frega niente della segretezza.»
«Ci puoi giurare. Non c’è un solo Principe che non vorrebbe farlo a pezzi con le proprie mani. Per il bene loro e di tutti noi.»
«Però è ancora vivo.»
«Maledettamente strano, lo dicevo.» annuisco: «O è il più fortunato bastardo di questo pianeta, oppure ha parecchi santi in paradiso. E il meglio deve ancora venire. Tieniti forte.»
«Sono tutta orecchi.» mette altri cinquanta dollari sul piatto.
«È stato lui a far fuori i Volkov. Quei cosacchi non hanno nemmeno capito cosa li aveva spazzati via. La notte prima erano lì, tutti belli agghindati a festa, e quella dopo andavano a fuoco assieme al loro palazzo.»
Adesso ho la sua completa attenzione. Non so che piani abbia su Nikolai Rasputin, ma Amanda ci gode, ci gode eccome. Glielo leggo in faccia, come se avesse appena trovato la sua personale balena bianca.
«Un vero ragazzaccio.» commenta sogghignando.
«Quello è un fottuto buco nero, dammi retta. Un anarchico. Non è come gli altri novellini. Ci va giù pesante, e colpisce duro.»
Qualcosa spegne il fuoco negli occhi dell’umana. Quella scintilla di malsana curiosità che avevo colto appena un istante fa si estingue di colpo.
«Quindi questo Nik non è un antico?»
«Antico? Pff! Per niente. Penso sia sulla quarantina.» un’altra stoccata all’interesse della cacciatrice: «Sembri delusa. Che ti prende?»
«Niente.» risponde, ma si direbbe il contrario.
«Lo devi ammazzare?»
«Come se potesse riuscirci.» interviene, stramaledizione a lui, quel fesso di Johnny Gatt.
È più forte di me: non li sopporto i vampiri degli anni Sessanta. Mi ricordano tutti quel cazzo di Elvis in caduta libera. Johnny poi è addirittura peggio: un incrocio tra il Virtuoso di Memphis e Arthur Fonzarelli.
«Mettimi alla prova.» lo stuzzica Amanda girandosi verso di lui.
«Forse lo farò, dolcezza. Ho capito cosa sei. Quello che non ho capito è perché… “Sparky” non ti abbia ancora portata sul retro e sgozzata.»
Mi guarda in cagnesco, ma almeno ha il buonsenso di abbassare la voce. Gli altri clienti umani saranno pure fradici come spugne, ma come tutti i bastardi figli di puttana hanno orecchie per sentire, quando vogliono.
«Lasciamo l’amichevole barista di quartiere fuori da questa storia.» propone lei: «E facciamo una scommessa.»
«Una scommessa?»
«Già, una scommessa. Solo noi due. Scommetto che riesco a romperti il naso contro il bancone usando un solo braccio.»
Cristo santo, lo sapevo che sarebbe andata così.
«E se non ci riesci?»
«Allora andremo nel vicolo qui dietro e ti lascerò scoparmi. Potrai anche mordermi. E potrai raccontare ai tuoi amichetti di esserti fatto una cacciatrice dell’Ordine.» è tranquilla, mentre lo dice, quasi allegra.
«Ci sto!» esclama l’idiota avventandosi su di lei, senza nemmeno sentire cosa gli toccherebbe in caso finisse chiappe all’aria.
Mi fa pena, sul serio, e parlo per esperienza personale. Sono ancora ferito nell’orgoglio.
Amanda rimane a fissare gli artigli che le viaggiano incontro fino all’ultimo istante, poi scivola dallo sgabello, si flette sulle ginocchia e risale col palmo della mano aperta prendendo Gatt sotto il mento con una mossa degna della scuola Shaolin: l’antica arte marziale della stronza sfascia-pub.
Il vampiro atterra direttamente col grugno sul legno, sanguinandoci copiosamente.
«Resta giù.» gli suggerisco, ma quando mai qualcuno mi ha dato retta.
Sta per rialzarsi.
Il braccio destro della mortale, un intrico di tatuaggi che ricordano valvole industriali e ruote dentate, blocca il dannato dietro alla nuca spingendolo nuovamente contro il bancone, facendo schizzare schegge di vetro e legno fino agli altri clienti.
E dato che aver già rotto due bicchieri e sfondato uno sgabello non è abbastanza, Amanda pianta il suo coltellaccio da Rambo in gonnella a un palmo dalla gola di Johnny.
«Hai perso.» gli sussurra inarcando un angolo della bocca, soffiandosi via dal volto una ciocca di capelli biondi. Credo si chiamino “meches”, perché per il resto è castana.
Sarà la moda, e in fondo che ne so io di moda: il mio cranio è più liscio del culo di un neonato.
«È tutto ok.» tranquillizzo gli sbandati che ci stanno guardando come fossimo tre unicorni con le palle al vento: «Tornatevene in coma.»
Qualcuno grugnisce. Tutti, sia i colletti bianchi malandati che gli affezionati ubriaconi in canottiera sporca di vomito, annegano nuovamente sul fondo del loro drink.
Viva l’America!
«Adesso che ti sei calmato, perché non mi parli di Nik.» dice Amanda, rimettendo Johnny in piedi e rassettandogli la camicia.
Rimango sempre stupito dalla forza che può esserci dentro un corpo così esile. Nessuno mi toglie dalla testa che si fa di qualcosa, anfetamine o neve. Questi maledetti cacciatori si scolano più intrugli di una strega senza battere ciglio.
«Non ne so niente di quel matto.» ringhia Gatt pulendosi il naso con un tovagliolo.
«Dall’uscita di prima non sembrava…»
«Lui non l’ho mai visto.» insiste imbronciato: «Ma ho visto l’altro.»
«L’altro?»
«Il suo socio. Quello che si fa chiamare Eugene.»
«Per me sono tutte puttanate.» lo penso davvero.
«Puttanate un cazzo! Io c’ero, giù a Chicago!» mi punta l’indice contro.
Amanda mi fa segno con la testa di portargli una birra. Gatt ci si attacca come a un biberon.
«Cos’è questa storia?» domanda la cacciatrice.
«Qualche mese fa…» comincia il dannato: «ero in città. Volevo affiliarmi ai Chicago Skulls perché avevo sentito dire che era gente tosta.»
«È vero.» conferma Amanda.
«Beh adesso non più! Sono stati decimati…» manda giù un altro sorso: «Questo tizio è sbucato praticamente dal nulla e ha cominciato a farli fuori uno a uno. Non avevo mai visto nulla del genere. Era come… come se l’oscurità avesse inghiottito quei poveri bastardi. Gridavano come ragazzine, e volavano fiotti di sangue, teste mozzate e…. oddio, roba che… non ci credo nemmeno io.»
«Perché non me ne hai parlato, Sparky?»
«Perché sono stronzate. Eugene Morrow non esiste: è uno spauracchio inventato da Rasputin, il suo inafferrabile socio alla pari dai poteri straordinari e bla bla bla. Nessuno l’ha mai visto in faccia, nessuno sa darne una descrizione. Qualche anno ancora e ti verranno a raccontare che si tratta del Settimo Fratello in persona tornato dal mondo dei morti.» mi viene da ridere: «Capisco che l’Ordine si diverte a seguire tutte le piste sovrannaturali, ma a questo punto perché non dedicarsi al cazzo di Bigfoot!»
«Scherza quanto ti pare, ma io credo a ciò che ho visto.» rincara Gatt: «Quello non era un vampiro normale, nemmeno alla lontana.»
«E come sai che era proprio Morrow, eh? Te l’ha detto lui? E perché, se eri lì, non ha ammazzato anche te?»
«Perché non facevo ancora parte dei Chicago Skulls. Lui voleva soltanto loro, voleva un tizio di nome David.»
«David Kiefer?» l’umana sembra saperne.
«Possibile.» si stringe nelle spalle Johnny: «Comunque Morrow ne ha lasciato qualcuno in vita, più o meno, e ho sentito chiaramente che diceva: “Informate il signor David che Eugene Morrow lo sta cercando.”» rabbrividisce: «Questo è quanto, bellezza. Puoi stendere me, o questo coglione di un barista, ma non quel tipo. Quello ti spezza il collo prim’ancora che tu possa mettere mano al ferro, non so se mi spiego. E se vogliamo dare retta a quello che si dice in giro, Nikolai Rasputin ed Eugene Morrow sono culo e camicia, come fratelli. Perciò, se dai la caccia al russo, ti consiglio di dire prime le tue belle preghiere.»
«Già, come no?! Offrigli un’altra birra, magari ti dice anche perché questo fottuto Terminator versione dannato dovrebbe mai avere interesse ad essere amico di un perdente mezza tacca come Rasputin.» li mando al diavolo entrambi. Per stanotte ne ho sentite troppe. Alla mia età sono sempre più allergico alle stronzate.
«Sai che mi hai convinto?» fa Amanda menando una pacca sulla spalla di Gatt: «È una bella storia. Mi piacciono le belle storie. Venduta!» esclama buttandomi davanti agli occhi un altro centone, nemmeno fossi un cucciolo col suo osso di gomma: «Sparky, trovami tutto quello che riesci a scoprire su questo Eugene Morrow, e…»
«Mi prendi per il culo?»
«… e scava un po’ tra i tuoi papponi. Mi serve qualcuno che riesca a mettermi in contatto col nostro vampiro Nik direttamente sul posto.»
«A Mosca? Ma sei fuori di testa?»
«Che carino, senti giù la mia mancanza.» mi fa l’occhiolino con quelle sue palpebre piene di trucco da punk, emo o quello che cazzo è. La moda! «Ripasso venerdì.»
È inutile. L’ho persa. Non riuscirò mai a capire le donne, e neppure i cacciatori dell’Ordine. Una volta era tutto più semplice: le prime si mangiavano, o fottevano, a seconda della necessità; i secondi si uccidevano prima che potessero uccidere te.
Adesso è tutto il contrario di tutto. Maledetto ventunesimo secolo!
«Facciamo lunedì.» arraffo i bigliettoni. Tanto per cambiare dovrò usarli per riparare il locale, altro che informatore! Dovrei chiedere di più.
«Ma lunedì sei chiuso.»
«Appunto.» incrocio le braccia: «Ti lascio una busta sotto lo zerbino. Vediamo se riesci a distruggermi anche quello.»
«Così mi tenti.» mi lascia con un sorrisetto da ragazzina insolente.
Sta per rimontare in sella ai suoi cavalli americani quando quel fesso di Johnny Gatt spalanca la porta del pub e le dice: «Ti conviene lasciarlo perdere il russo, cacciatrice. È fuori dalla tua portata. Ascoltami! Mi piaci, e il mio è un buon consiglio.»
Amanda risponde qualcosa mentre il motore romba. Non riesco a sentirla. La vedo filare via a tutta velocità, finalmente lontana dal mio pub, pronta a fare danni chissà dove. Soltanto quando i fari della motocicletta svaniscono nella notte, inghiottiti dal nauseante vapore dei tombini che si alza dalla strada, tiro un bel sospiro di sollievo.
È fatta. Ancora una volta sono sopravvissuto.
«Che ti ha detto?» domando a Gatt mentre si risiede al bancone.
«Che il mio era davvero un buon consiglio.»
«Tsk! Razza di troietta impertinente.» Spero che crepi, dolorosamente. Sogno di tornare umano solo per poter pisciare sulla sua tomba: «Quella lì i buoni consigli non saprebbe seguirli nemmeno se glieli ficcassero a forza su per il culo.»